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UNIVERSITÀ AL CENTRO DELLA PARTITA CON ROMA

Si è aperta la partita sull’autonomia del Veneto dopo il referendum, una partita in cui le università sono destinate ad essere al centro. Già alcuni Rettori oggi in carica sono autorevolmente...

Si è aperta la partita sull’autonomia del Veneto dopo il referendum, una partita in cui le università sono destinate ad essere al centro. Già alcuni Rettori oggi in carica sono autorevolmente intervenuti sul tema. Ma conviene riprendere ed approfondire il discorso con qualche commento. Perché la partita, per gli atenei del Veneto, è davvero importante.

Gli articoli 17 e 18 della proposta di legge statale in materia chiedono, seppur in modo diversificato, allo Stato di attribuire competenze esclusive o rafforzate fermo restando, come è ovvio, il rispetto dell’autonomia delle università garantito dall’articolo 33 della Costituzione.

All’articolo 17, tanto per cominciare, si chiede per la Regione potestà legislativa in ordine alla programmazione strategica in tema di ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. A questo si aggiunge la potestà avente ad oggetto tutto quanto attiene al sostegno alla ricerca industriale ed alla formazione ad essa connessa. Con esplicito riferimento alla programmazione del corsi di studio attivati presso gli atenei regionali.

Niente di male, si dirà, anzi ben venga un sostegno finanziario aggiuntivo da parte della Regione ai fondi che gli atenei si procurano su base competitiva a livello nazionale ed internazionale per la ricerca, finalizzato alla diffusione delle tecnologie e di supporto ai programmi delle imprese della regione per l’innovazione di prodotto.

Ma c’è un ma. Gli atenei del Veneto hanno dimostrato non solo di essere tra i migliori a livello nazionale ma anche di essere competitivi a livello globale in molti ambiti di ricerca. Ricerca tout court, ed è questo il punto. Leggendo con attenzione non solo i commi dell’articolo ma anche la relazione di accompagnamento della proposta di legge, si capisce chiaramente come l’enfasi sulla necessità di agganciare le attività di ricerca e formazione degli atenei alle esigenze del sistema produttivo regionale sia considerato il primum movens, la variabile indipendente del sistema della ricerca e della formazione superiore del Veneto.

Il problema nasce proprio da questa visione che non coglie un punto essenziale. La ricerca industriale o ricerca applicata presuppone per essere tale una forte e ben finanziata ricerca di base, senza la quale la torsione verso la prima si rivela illusoria. Per il semplice fatto –detto banalmente– che se manca una robusta ricerca “fondamentale”, quella curiosity driven, perché così si definisce anche, spesso, la ricerca di base, non c’è proprio un bel nulla da applicare, e la ricerca industriale con la relativa enfasi sul trasferimento tecnologico resta semplicemente flatus vocis, aria fritta, insomma, buona per qualche dibattito o qualche tavola rotonda ma non per il sistema produttivo.

Da qui nasce la preoccupazione. “Potestà legislativa” alla Regione, dunque, per quanto riguarda la “programmazione strategica” in tema di “ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico” compresa tutta la connessa attività di formazione superiore. Bisogna avere ben chiaro, per fare ragionamenti “strategici” e assumere le successive conseguenti determinazioni, che cos’è la ricerca, e che la distinzione stessa, per quanto poc’anzi si diceva, tra ricerca industriale e ricerca di base è una distinzione che è utile fare solo se si hanno idee assai chiare in proposito. Come ben sanno nella tanto ammirata California, dove il formidabile tessuto produttivo fatto di imprese altamente innovative può contare, oltre ad una serie di altri elementi legati all’american way of life ed alla società americana
in generale che qui non è neppure il caso di accennare, sulla prossimità (e sulla collaborazione) con alcuni degli atenei in cui si fa la più avanzata ricerca di base.

Ma i problemi per gli atenei veneti dopo il referendum non finiscono qui.

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