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Don Albino beato, manca solo il miracolo

Riconosciute le sue “virtù eroiche”. Allo studio due guarigioni prodigiose: una sarà sottoposta alla commissione medica

VENEZIA. Papa Luciani, “don Albino”, come lo chiamano al paese natale, Canale d’Agordo, è da ieri “venerabile”. Francesco ha riconosciuto che ha esercitato le virtù cristiane in modo eroico. Adesso manca solo il miracolo, perché sia proclamato beato. E un secondo miracolo perché sia canonizzato, cioè diventi santo. A Venezia, dove Bergoglio è atteso per la sua prima visita in Veneto, molti si augurano che la beatificazione maturi proprio in questa circostanza, magari nella stessa piazza San Marco dove l’allora patriarca ricevette la stola da Paolo VI. Un gesto più che simbolico.

Papa Francesco ha dunque firmato, in occasione di una udienza concessa al prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il cardinale Angelo Amato, il decreto sulle virtù eroiche del Papa veneto che sorrise al mondo solo per 33 giorni, dal 26 agosto al 28-29 settembre 1978. Non riconosciuta come prodigiosa, da tutti i medici della commissione vaticana, la guarigione del pugliese Giuseppe Denora, si è ora in attesa della verifica di due miracoli: uno a Buenos Aires, ormai definito in sede diocesana, e un secondo in corso di verifica. Sarà il postulatore Beniamino Stella, cardinale di Pieve di Soligo, a fare la scelta tra i due “casi” da sottoporre alla commissione medica. Scelta non facile. La guarigione deve essere definitiva, bisogna provare che ha dello straordinario e, altresì, che è avvenuta per intercessione di Luciani.

In chiesa a Canale d’Agordo, sono stati raccolti ben 120 volumi di testimonianze e di “grazie ricevute” da quando mons. Vincenzo Savio aprì la causa nel novembre 2003 a Belluno. Ma il miracolo è tutta un’altra cosa. D’altra parte il processo canonico ha registrato un approfondimento meticoloso, coordinato dalla vicepostulatrice Stefania Falasca che, insieme ai collaboratori, ha confezionato 5 volumi di “Positio”, come da gergo canonico, in cui è stato passato al setaccio ogni aspetto della vita del candidato. La morte compresa, che, documentazione clinica alla mano, sarebbe risultata naturale.

Nel libro fresco di stampa “Papa Luciani. Cronaca di una morte” (Piemme) Falasca conclude che “dalla morte di Giovanni Paolo I una fama di santità non artefatta, non sponsorizzata da strategie ecclesiastiche, si è diffusa sempre più in crescendo spontaneamente e universalmente. La voce degli umili ha scalzato il silenzio”. Luciani, è il quadro che emerge e che smentisce tante ipotesi di questi decenni, non era oppresso dal peso delle responsabilità, viveva con serenità il suo mandato, non prevedeva di essere eletto né che il suo pontificato sarebbe durato poco, e, da quel che è possibile ricostruire, prima di morire non si stava occupando dello Ior, ma della nomina del suo successore a Venezia (il riottoso Angelo Viganò, che non riuscì a nominare prima di morire, dopo che l’allora presidente della Cei, il card. Poma, gli bocciò il suo candidato preferito, Beniamino Sorge). È vero invece, come ha testimoniato la nipote Pia Luciani, che la Curia romana sarebbe stata «poco prudente nel dare informazioni non esatte circa il suo rinvenimento, aprendo così la strada alle illazioni». Quella Pia Luciani che interpellata ieri dal cronista, ammetteva: «Sono contenta, perché il lavoro di analisi compiuto restituisce ai tanti devoti non il buon parroco di campagna, come è stato dipinto mio zio, ma un pastore di statura e struttura spirituale e intellettuale notevole. Io non lo prego né come beato, tanto meno come santo; lui si schermirebbe. Gli chiedo spesso consiglio come si fa con uno zio».

«L’esile figura dell’indimenticato prete della Diocesi di Belluno, poi Vescovo di Vittorio Veneto, Patriarca di Venezia e infine - pur per così breve tempo - Pontefice della Chiesa universale», ha commentato ieri mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, «diventa esempio di santità a cui guardare, sapendo di trovare in lui quel saldo riferimento di fede, speranza e carità che, da sempre, hanno caratterizzato le genti venete». Luciani aveva scelto l’ “Humilitas” come suo motto, ma – puntualizza il patriarca -, «umiltà e mitezza, nel momento in cui sono carattere autentico e genuino della persona, non sono segno di debolezza, tiepidezza o remissività di fronte alle sfide culturali e sociali - anche difficili e complicate, talora intrise di ideologia - del mondo». L’umiltà e la mitezza dicono, invece, «una sapienza intrisa e ispirata dal Vangelo di Gesù e segno di un amore appassionato per il bene delle persone: la “salus animarum”».

Un prelato veneto, Luciani, che resta di stretta attualità. La semplicità, il modo diretto di parlare, il tratto cordiale ma fermo con cui Luciani sapeva relazionarsi e comunicare possono essere un preciso riferimento e uno stimolo anche per noi, oggi è la conclusione di Moraglia - nel riuscire a trasmettere la gioia, la forza e la bellezza di una vita trasformata dal Vangelo.

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