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Gemme dei maharaja Le Mille e una notte di Palazzo Ducale

A Venezia in mostra gioielli indiani dal XV al XX secolo  collezionati dallo sceicco Hamad Abdullah Al Thani

VENEZIA. Le Mille e una notte, una pioggia di stelle, un sogno. Si sale lungo la Scala d’Oro, su fino alla Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale e di colpo si entra in uno scenario da favola. L’allestimento è senz’altro complice ma la sostanza è stratosferica: immersi in una atmosfera rarefatta, tra luci soffuse, dentro teche di cristallo e velluto nero, risplendono i “Tesori dei Mogul e dei Maharaja”, gemme e gioielli indiani dal XV al XX secolo collezionati dallo sceicco Hamad Abdullah Al Thani, della famiglia reale del Qatar.

La nuova mostra promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia a Palazzo Ducale regala emozioni e anche qualche scoperta curiosa, come il favoloso Baldacchino di perle di Baroda, della fine dell’Ottocento, dove la seta che riveste la pelle di cervo è decorata in argento, oro, vetro colorato, diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi e circa 950.000 perle. Un oggetto incredibile per preziosità e raffinatezza, dono di un maharaja per la tomba del profeta Maometto a Medina, dove però non arrivò mai. Oltre 270 i preziosissimi oggetti esposti, tra gemme dinastiche, coppe di giada finemente intagliate e posate in cristallo di rocca e oro, diffusori di acqua di rose in oro, rubini e smeraldi, scacchiere in oro e smalti policromi, smeraldi e perle a profusione, anelli, spille per turbante, collier di diamanti e rubini, gioielli montati da orafi indiani e creazioni di gioiellieri europei - primo fra tutti Cartier - fino alle creazioni odierne che rievocano l’influsso dell’India.

Una mostra che farà brillare gli occhi soprattutto al pubblico femminile, anche se questi oggetti di fattura deliziosa e di valore inestimabile erano creati per gli uomini. Mentre noi pensiamo che il gioiello sia un semplice ornamento, per gli induisti ogni gemma è legata a un significato, il gioiello è un talismano che può definire i destini della persona che lo porta: per questo, dai discendenti di Gengis Khan e Tamerlano fino ai grandi maharaja, i sovrani indiani si sono sempre ammantati di manufatti preziosi, per somigliare alle loro divinità, per possedere la “luce”, la saggezza e la spiritualità. Più che gioielli, quelli della collezione Al Thani sono vere e proprie opere d’arte: basti per tutti l’oggetto simbolo della mostra, una grande perla deforme che la creatività di orafo indiano ha trasformato in una divinità marina, mezzo uomo e mezzo serpente, avvolto in spire d’oro e pietre preziose, montate secondo la tradizionale tecnica del kundan, che non ricorre a griffe ma avvolge la pietra in lamina d’oro. Così come opere d’arte sono quelle più recenti, nate dallo scambio tra Oriente e Occidente, tra tecniche e gusti differenti, con i gioielli creati da prestigiose maison occidentali su richiesta dei principi indiani, o ispirati all’oreficeria indiana. Incantevole la piuma di pavone creata da Meller (Parigi 1905) o l’Occhio della tigre, un diamante color oro montato a ornamento per turbante, creato da Cartier (1937). La scelta di Venezia e di Palazzo Ducale per una simile mostra - curata da Amin Jaffer e Gian Carlo Calza con la direzione scientifica di Gabriella Belli - ha una sua coerenza: Venezia è stata per secoli la porta verso l’Oriente, un ponte tra il Mediterraneo e le civiltà dell’Asia e fino alla metà del ’700 tutti i diamanti importati dall’India, dalle leggendarie miniere di Golconda, passavano per Venezia. E se è vero che i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, chissà
cosa avrebbe detto Marilyn Monroe di fronte al Idol’s Eye (Occhio dell’idolo), il più grande diamante blu tagliato del mondo, 70,2 carati di bellezza siderale in mostra.

“ Tesori dei Moghul e dei Maharaja nella collezione Al Thani” a Palazzo Ducale fino al 3 gennaio 2018.

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