di Emilio Randon
Muammar Gheddafi con Silvio Berlusconi
VENEZIA. E le radici cristiane dell'Europa? E la bandiera di Lepanto? Un leghista - gridano a sinistra - un leghista che dica qualcosa, che dica che è una carnevalata, una vergogna, che Berlusconi s'è venduto la dignità degli italiani per quattro soldi di commesse. Non si viene a Roma a lanciare appelli all'islamizzazione con i corazzieri come paggetti. Offese le donne, offeso il buon gusto, per non parlare dei diritti umani.
Un leghista, dunque. Un leghista che dica di no al nuovo Solimano, se non un Emanuele Filiberto sotto le mura di Vienna almeno un Borghezio alle bocche di porto, se non un Doge che arma la flotta almeno uno Zaia a difendere il buonsenso. Eccolo dunque. Per serenissimo orgoglio e filogenetica eredità veneziana, il governatore del Veneto dovrebbe andare bene.
Come lo avrebbe ricevuto lei il colonnello Muammar Gheddafi?
«Come un qualsiasi altro cittadino».
Non è un cittadino comune.
«E' un capo di Stato che persegue i propri interessi nazionali, che esercita la sua libertà ma che dovrebbe sapere anche dove finisce, esattamente dove comincia la nostra. Gheddafi i suoi inviti all'islamizzazione li vada a fare a casa sua».
Nient'altro?
«E che dovrei dirgli ancora? Gli farei osservare che come ospite non ha un gran senso dell'educazione, che i suoi strali evangelizzanti, anzi islamizzanti, non mi piacciono. Direi che farebbe meglio ad attenersi ai temi dell'accordo economico commerciale sottoscritto tra Italia e Libia».
Atteniamoci.
«E' un buon accordo, vantaggioso, il Governo ha lavorato bene. Non ci sono solo gli "schei" degli scambi commerciali, c'è che Maroni ha convinto Tripoli a fermare gli sbarchi clandestini sulle coste italiane».
E il prezzo da pagare è sorbirsi il circo?
«Diciamo che in un contesto ampiamente positivo, quello che abbiamo visto ieri a Roma è una bella, una bella e stridente sbavatura».
Conosce Gheddafi?
«Sì, l'ho conosciuto ad una cena, durante un ricevimento ufficiale. A tavola eravamo una ventina, c'erano i ministri, c'era Berlusconi e c'era lui.
E com'è?
«E' persona di straordinario acume, dotata di una visione unica e, naturalmente, di fascino. Impossibile non subirne gli effetti, sarà esotismo, saranno quegli occhi da beduino, certamente Gheddafi esercita un carisma eccezionale. La bizzarria del personaggio del resto è notoria: raccontano che sull'autostrada, l'ultima volta che era da noi, ha fermato il corteo ed è sceso incamminandosi a piedi sull'asfalto».
Cosa disse di condivisibile durante la vostra cena ufficiale?
«Parlò dell'emigrazione dal suo Paese. Disse che era frutto di una percezione distorta e fantasmatica della sua gente, di quanto l'Europa manda loro attraverso la televisione. Ci pregò di fare attenzione ai messaggi che mandiamo verso l'Africa, laggiù ci prendono per una Bengodi. Ci disse che schiere di disperati pensano ancora di venire da noi, accolti da un comitato di festeggiamenti».
Ora noi li respingiamo. Gheddafi provvederebbe poi a internarli nei suoi campi di concentramento.
«Certo, c'è chi preferiva e continua a preferire il vecchio e immondo traffico di esseri umani, lo vorrebbe in piedi nell'interesse di tutti i beneficiari, di qua e di là del Mediterraneo. La verità è che Maroni ci ha dato un taglio e ha fatto operazione eccezionale».
Fermare i "turchi"?
«Fermare il degrado, difendere la nostra cultura. Cossiga ha dato l'esempio, facendosi seppellire in una bandiera con le tre teste di moro. Noi veneti abbiamo la nostra bandiera e abbiamo Venezia. Mantegna ci veniva come andasse ad Atene. Venezia è l'Atene del Veneto».
31 agosto 2010