L’Alcoa non cambia idea: cassa integrazione per 114 operai di Fusina

Dal 5 febbraio produzione di alluminio ferma. L’azienda continua a sostenere, invece, che il laminatoio di Fusina con i suoi 280 lavoratori non corre rischi, anche se il sindacato non si fida. I lavoratori in protesta

    di Michele Bugliari Alcoa chiuderà lo stabilimento dell’alluminio primario di Fusina, a partire dal 5 febbraio, giorno in cui scatterà la cassa integrazione per i 114 dipendenti. La chiusura, che secondo l’azienda è temporanea, è prevista anche per il primario di Portovesme (Sardegna), dove gli ammortizzatori sociali colpiranno 600 addetti. L’azienda continua a sostenere, invece, che il laminatoio di Fusina con i suoi 280 lavoratori non corre rischi, anche se il sindacato non si fida. Queste le notizie arrivate ieri pomeriggio da Roma dove era previsto al ministero dello Sviluppo economico il tavolo decisivo su Alcoa, ma la trattativa non è nemmeno decollata.

    I sindacati sono riusciti ad ottenere un estremo tentativo di salvataggio del primario con una convocazione a palazzo Chigi. Ma la data ipotizzata del 5 febbraio sarebbe tardiva. Intanto questi giorni saranno utilizzati dal ministero dello Sviluppo per cercare ancora una soluzione. Non si esclude il ricorso del governo alle vie diplomatiche con gli Stati Uniti, per fare pressione sulla potente multinazionale americana. Questa è la sintesi del teso pomeriggio di ieri. Un vero e proprio tavolo non c’è stato. Prima il sottosegretario Saglia ha incontrato l’amministratore delegato di Alcoa Italia, Giuseppe Toia, e poi separatamente i sindacati nazionali dei metalmeccanici. Infatti, i rappresentanti dei lavoratori, appena hanno capito che aria tirava, si sono rifiutati di incontrare l’azienda.

    Oggi le rsu di Fusina si riuniranno d’urgenza per decidere nuove iniziative di protesta e non è escluso il ricorso all’occupazione del laminatoio. Giorgio Molin della Fiom-Cgil, Gianni Fanecco della Fim-Cisl e Diego Panisson della Uilm tuonano: «La multinazionale americana ha deciso da tempo di abbandonare l’Italia e ora ha trovato il modo di concretizzare i suoi progetti, usando la scusa delle tariffe elettriche».

    Insomma ieri non è cambiato nulla dal 26 novembre ad oggi, le posizioni del ministero e quelle dell’azienda non si sono avvicinate di un millimetro. Dal giorno in cui la commissione europea ha bocciato le tariffe speciali dell’energia elettrica, che erano state concesse, per legge, dal governo all’azienda, non ci sono stati passi in avanti.

    Alcoa ha sempre detto che avrebbe mantenuto le produzioni del primario (fortemente energivore) solo se il governo fosse stato in grado di garantirle tariffe elettriche in linea con quelle degli altri Paesi del continente, per un periodo di almeno tre anni, attraverso un meccanismo inattaccabile da parte dell’Unione europea. E ieri, in un comunicato, l’ha ribadito, aspettando «una soluzione approvata dalla Commissione Europea e per questo processo occorreranno diversi mesi».

    Il ministero in collaborazione con Terna ha messo in piedi una serie di procedure per il risparmio energetico che l’azienda ha continuato a ritenere insufficienti. Durante il tavolo nazionale del 7 gennaio l’azienda aveva contestato le proposte del ministero e ha chiesto 10 giorni. Il 18 l’azienda ha scritto una lettera ai lavoratori per accusare il ministero di non aver presentato alcuna soluzione. Venerdì 22 Scajola ha presentato un decreto pensato per permettere un risparmio dell’energia alle aziende sarde e sicule. Ma per Alcoa non è sufficiente.
    27 gennaio 2010

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