di Michele Bugliari
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La rabbia e la disperazione dei lavoratori di Alcoa Italia si riverserà sulle strade oggi. «No alla cassa integrazione per i lavoratori degli impianti dell’alluminio primario di Fusina e della Sardegna», urleranno i metalmeccanici che manderanno in tilt il traffico tra Mestre e Venezia durante lo sciopero, dalle 9 alle 12 (domani mobilitazione a Cagliari e venerdì sit-in dei sardi a Roma, davanti a palazzo Chigi). Gli operai di Fusina saliranno sulla rampa cavalcavia Rizzardi, poi si incammineranno verso via Righi e probabilmente continueranno verso il ponte della Libertà.
Lettera. Intanto ieri l’azienda ha spedito una lettera al direttore del ministero dello Sviluppo economico, Luigi Mastrobuono, e a i sindacati per spiegare l’apertura delle procedure della cassa integrazione di venerdì scorso e che comincerà a produrre effetti dopo 25 giorni, cioè dal 2 febbraio. «Purtroppo - si legge nel documento - il gravissimo quadro che si è determinato non consente di dilazionare ulteriormente le uniche iniziative possibili idonee a frenare il continuo accumulo di perdite».
L’accusa. Ieri il segretario nazionale della Fiom-Cgil, Giorgio Cremaschi, è intervenuto all’assemblea dei lavoratori di Fusina in cui è stata decisa la protesta odierna: «Chiederemo al governo di far capire alla multinazionale americana che se vuole rimanere in Italia lo può fare grazie alle misure del ministero dello Sviluppo economico e di Terna, per diminuire il costo dell’energia elettrica e allinearlo a quello degli altri Paesi europei. Ma se Alcoa volesse andarsene, l’esecutivo le imponga di pagare oneri molto salati. Non deve esserci un modo per chiudere gli impianti italiani senza un pesante esborso da parte dell’azienda».
Alcoa non si fida. Eppure la società anche nella lettera citata afferma che «negli incontri avvenuti finora non è ancora emerso chiaro il raggiungimento degli obiettivi indispensabili e il prezzo dell’elettricità è nettamente superiore ai 30 euro indicati, come condizione necessaria per lavorare in Italia. Esiste anche un forte dubbio sulla valutazione da parte dell’Europa sulla validità di una delle misure proposte: l’interconnessione, per acquistare energia dall’estero, a prezzi favorevoli». È dal 26 novembre che Alcoa non gode più delle tariffe speciali, stabilite dalla legge italiana, bocciata dalla Commissione europea e con i prezzi attuali l’azienda sostiene di perdere dai 5 agli 8 milioni al mese.
Niente firma. Cremaschi però continua a dire: «Non firmeremo mai un accordo sulla cassa integrazione perché il governo ha già dato all’azienda quello che chiedeva ossia delle tariffe dell’energia elettrica in linea con l’Europa (da 28 a 32 euro per megawatt all’ora)». Ma se Alcoa ha avuto quello che voleva, qual è il problema? «I vertici della multinazionale - replica Cremaschi - stanno decidendo se rimanere e solo il governo può far capire agli americani che non esiste un disimpegno gratis».
Fronte da spaccare. I segretari provinciali dei metalmeccanici Giorgio Molin (Fiom-Cgil), Gianni Fanecco (Fim-Cisl) e Diego Panisson (Uilm) hanno aggiunto: «Ieri mattina, durante un incontro con le rsu, il direttore di Alcoa, Celso Soares, ha tentato di spaccare il fronte unitario dei lavoratori di Fusina e di Portovesme, sostenendo che la situazione nostra sarebbe migliore di quella sarda, perché loro hanno solo il primario che è rischio, mentre noi oltre al primario abbiamo il laminatoio (297 lavoratori) che sarebbe un’àncora di salvezza, ma noi non ci fidiamo». Va detto però che la situazione del laminatoio è diversa da quella del primario, perché non risente del problema dei costi dell’energia elettrica.
12 gennaio 2010