Il Sessantotto che non vuole essere sepolto

I nervi scoperti del regista Michele Placido: «Mi produce Medusa ma non voto Berlusconi e stimo Renato Curcio»

    di Anna Sandri SPECIALI SULLA MOSTRA
    Repubblica.it
    Trovacinema

    La furia di Michele Placido si abbatte sulla Mostra nel secondo giorno del cartellone tutto italiano: monta come un temporale, nonostante la buona accoglienza al suo Il grande sogno, e va a schiantarsi su una giornalista spagnola, oltretutto scambiata per americana, colpevole di aver posto la più semplice delle domande. Una furia tanto insensata e violenta che il regista e attore si sentirà in dovere di mandarle pubbliche scuse qualche ora dopo. Ma il guaio è combinato e il concetto è chiaro: non si può chiedere a Placido come mai - nonostante attacchi frontalmente il governo, accusandolo di non finanziare i film dei giovani strozzando di fatto in culla il futuro del cinema e dando spazio solo a commedie inutili, - si sia fatto finanziare con 10 milioni di euro da Taodue (distribuisce Medusa, tutte società con Mediaset) il suo film sul ’68, dichiaratamente eseguito senza alcuna censura. «Berlusconi non so chi sia, non lo voto, voto da tutt’altra parte - urla - questa è una domanda stupida, proprio voi americani che fate guerre per ammazzare la gente e poi sulle guerre ci fate i film, ma se ne vada a quel paese».

    La risposta alla domanda sarebbe stata semplice: gli affari sono affari, Placido non è un voltagabbana perché prende i soldi e Medusa non ha l’aureola in testa perché glieli dà. I buoni film fanno cassetta: uno fa la proposta, gli altri se ritengono opportuno pagano e alla fine ci guadagnano in due. La gente, quando uscirà dalla sala, dirà mi è piaciuto o non mi è piaciuto: è davvero sempre necessario avvelenare tutto? C’è una ferita aperta per Placido a Venezia. Non dimentica quando fu fischiato per Ovunque sei: «Era una produzione Rai, mi avete massacrato. Datemi un consiglio, da chi devo farmi produrre?», lì però il problema era il nudo di Accorsi, oltre al film in generale.

    Lo ammette, è il suo carattere: «Perdo le staffe, scusate» dopo la scenata della mattina si presenta al pomeriggio con tutt’altro spirito, sempre seguito e tranquillizzato dallo stato maggiore Medusa (fischiato in sala stampa Carlo Rossella, che non si sa perché si lancia a raccontare nei dettagli la trama del film sottraendo tempo alle domande dei critici). Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, bravi e bellissimi attori con Luca Argentero, assistono a tutto, non trovano varco per emergere. Ormai il regista ha conquistato la scena, lui è il suo passato da marxista e il suo presente e futuro fino alla morte impegnato nella politica senza scendere in campo, facendo quello che fa di mestiere. Racconta di come vorrebbe scrivere un monologo sull’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo, «ha subito un’ingiustizia e si è dimesso in un paese dove nessuno si dimette». Invita al tavolo della conferenza Mario Capanna, gli fa ricordare che il ’68 non ha ucciso nessuno, e che il suo film si ferma alla primavera del ’69, quel che è accaduto dopo è un’altra storia. Racconta anche della sinistra che vorrebbe: «Casini, con la parte più democratica del centrosinistra». Ma dice anche: «Ammiro Renato Curcio, ha bruciato la sua vita». Il film è stato richiesto per proiezioni con dibattiti tanto da circoli di sinistra che di destra. Pietro Valsecchi, di Taodue, cerca di spegnere i fuochi: «Oltre a questo film, Medusa ha prodotto anche Baarìa. E in ogni caso, non c’è mai stata interferenza da parte di Berlusconi». Business is business, per l’appunto.
    10 settembre 2009

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