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L'addio alla destra che fu cementa i giallo-verdi

Se nascerà, il governo gialloverde è destinato a mutare profondamente lo scenario politico italiano. Scomponendo e ricomponendo schieramenti che parevano consolidati. Impossibile che il "contratto" si risolva, solo, in un'alleanza temporanea tra distinti che vogliono rimanere tali. Il "blocco populista", al di là delle differenze destra/sinistra, peraltro sempre respinte da leghisti e pentastellati che rifiutano di riconoscersi in quelle storiche rappresentazioni assiali, è unito, più di quanto si ammetta, da una cultura politica, evidente anche nel linguaggio, antieuropea, ostile a forme di rappresentanza diffusa e contrappesi istituzionali, decisamente antiestablishment.

Un simile esecutivo, per il suo proclamato carattere di "cambiamento", non può diventare un "governo amico" per Carroccio e MoVimento, i cui leader si sono spinti troppo avanti nell'audace matrimonio per metterlo subito a rischio. Se non altro perché le ostilità, interne e internazionali, che susciterà sono destinate a cementare l'inedita alleanza. Almeno sino a quando questa non mostrerà palesi limiti di consenso o il peso dei vincoli esterni si farà insostenibile. Un mutamento che si riverbera sopratutto a destra, dove la rottura tra Berlusconi e Salvini appare difficilmente componibile: la reciproca accusa di "tradimento" la dice lunga sullo stato delle cose.

La cesura avviene non perché l'ex-Cavaliere sia contrario a una divisione dei ruoli nella collocazione parlamentare o, solo, perché vede la Lega crescere nei sondaggi a spese di Forza Italia, ma perché intuisce che la via su cui marcia il Matteo milanese non è riconducibile a un comune percorso. Così Berlusconi mira a privare Salvini della sponda forzista, nel tentativo di precludergli una politica dei due forni a lievito leghista.

Del resto, sin dalla svolta sovranista e dalla rinuncia al padanismo, Salvini ha puntato a unire in un'unica formazione quell'elettorato forzaleghista che si è sempre pensato, come un solo blocco. Un'opzione che scommette sulla scomparsa a breve, per via politica o biopolitica, di Berlusconi e Forza Italia e che può avere rallentamenti solo tattici.

Non a caso l'uomo di Arcore ha indossato nuovamente i panni del moderato, del membro del Partito Popolare Europeo saldamente a fianco dei democristiani tedeschi, assai preoccupati per le sorti di un'Italia che potrebbe diventare il cavallo di Troia destinato a far deragliare non solo l'euro ma la stessa costruzione europea. Posizionamento necessario per denunciare la "deriva estremistica" dell'ex-alleato.

Insomma, un esecutivo gialloverde è destinato a far smottare la destra come l'abbiamo sin qui conosciuta. Salvini al governo o in maggioranza senza i suoi tradizionali alleati, con la barra ferma sul patto con i grillini, che pure disquisiscono sulla differenza semantica tra alleanza e contratto, non può rassicurare né Berlusconi né la Meloni. Situazione destinata a riverberarsi anche a livello locale. Difficile, senza tregua vera tra Lega e Forza Italia, che il pentaleghismo non abbia conseguenze nelle alleanze regionali e comunali. Non subito o già nel turno di giugno - dove, peraltro, gli elettorati giallo e verde, sospinti dall'effetto gravitazionale, potrebbero, comunque, convergere sul candidato del partito alleato a livello nazionale - ma, certo, nell'importante tornata amministrativa della prossima primavera. Magari dopo fibrillazioni che scuotano le giunte verdiazzurre.

Non a caso in Veneto, Zaia punta a una legge elettorale con premio di maggioranza che consenta alla Lega di governare da sola. Esempio

che può diventare contagioso. La coalizione nella quale uno dei membri fa il governo con un partito considerato Nemico da uno dei suoi partner cede, come prevedibile, sotto il peso della sua costitutiva ambiguità. Il futuro è già ora per la destra che fu.

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