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Dopo le elezioni, la variabile Berlusconi e il saggio Mattarella

Il bello della Terza Repubblica è che sembra la Prima. Stavolta niente diretta streaming, più sicure le dichiarazioni alla stampa rimandate in tv via telefonino, e il rituale è quello di sempre. Dicono che sia colpa della legge proporzionale, che per definizione non incorona un vincitore e dunque costringe ad accordi e compromessi, e certamente è vero. Più semplicemente il codice politico impone delle regole e anche gli homines novi, i profeti dell’antisistema, i filosofi del vaffa devono adeguarsi. Non sembrano affatto spaesati, ma in campo non sono soli.

Tanto per cominciare, Lega e Cinquestelle devono fare i conti con Silvio Berlusconi, sconfitto come leader di Forza Italia ma non come capo dell’alleanza di centrodestra e dunque sempre presente e pugnace. Per ora, come si sa, la battaglia è intorno alle presidenze di Camera e Senato che Salvini e Di Maio vorrebbero spartirsi come bottino di guerra. Ma non è cosi semplice. Perché, come succedeva nella Prima e nella Seconda Repubblica, intorno a questa battaglia se ne giocano molte altre.

La prima è quella di Salvini contro Berlusconi. Il capo della Lega, che ha triplicato i voti spaziando dalle valli del lombardo-veneto alle città della Calabria, vuole sfruttare fino in fondo il vento che soffia nelle sue vele. E diventare lui il capo del centrodestra. Da parte loro, i Cinquestelle sembrano avere una voglia matta di Palazzo Chigi, anche perché non assumersene la responsabilità ora, dopo aver vinto, sarebbe esiziale per il Movimento. Ma tra i paradossi del 4 marzo c’è l’averci consegnato non uno, ma due mezzi vincitori, entrambi impossibilitati a governare senza l’aiuto di qualcun altro: cosi, dopo il primo no del Pd, Salvini e Di Maio si cercano e si parlano, ma sanno di essere concorrenti e di nuotare nello stesso mare. Dunque mentre sono pronti a mettersi d’accordo su Camera e Senato, frenano su un governo politico.

Ma non devono sottovalutare Berlusconi che farà di tutto per impedire che il progetto vada in porto. Non si fida, teme che l’accordo sulle Camere sia la premessa di un governo di scopo che vivrebbe giusto il tempo di varare una nuova legge elettorale, un Rosatellum integrato con un cospicuo premio di maggioranza. Se ciò accadesse in tempi brevi, il voto finirebbe per diventare una sorta di referendum tra Cinquestelle e Lega a tutto danno di Pd e Forza Italia. Se dunque la missione di Salvini è conquistare la leadership del centrodestra, quella di B. è evitare che si vada di nuovo a votare e salvaguardare il peso e il ruolo di Forza Italia. E nel suo arco ha molte frecce.

La prima sta nel ricordare che molti parlamentari leghisti sono stati eletti anche con i voti decisivi di Forza Italia; la seconda coincide con le grandi Regioni (Lombardia, Veneto e Liguria) e i tanti comuni conquistati e amministrati dal centrodestra alleato, non da questo o quel partito: giunte che per ritorsione potrebbero essere messe in crisi da Berlusconi; la terza si chiama Pd.

E sì, perché nei piani del Cavaliere c’è proprio il partito del dimissionario Renzi. Il piano è quello di convincere i dem a «frenare l’ondata populista», come ama dire il Cavaliere, e votare per il Senato non l’uomo di Salvini, ma un berlusconiano più istituzionale come Paolo Romani. E la tentazione in casa Pd c’è. Ma per ora prevale il no a tutto, lasciarsi le mani libere e tallonare il governo dall’opposizione.

La seconda variabile è Mattarella che per ora tace, osserva e lascia filtrare dal Colle messaggi inequivocabili. Che il capo dello Stato non ha pregiudiziali per nessuno; che prima di dare l’incarico chiederà a ciascun leader di dimostrare la sua capacità di mettere insieme una maggioranza, numeri alla mano; che vorrà garanzie precise sul rispetto, per esempio, dei trattati internazionali, a cominciare dall’appartenenza alla Nato e all’Ue. E a tutti

confermerà che prima di cedere al voto bis le proverà tutte, che non ha alcuna intenzione di avallare governi deboli e destinati a durare l’espace d’un matin, magari solo per varare una legge elettorale... Di Maio e Salvini sono avvertiti.

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