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Da solisti a comunicatori, metamorfosi dei grillini

Da solisti a comunicatori, metamorfosi dei grillini

L'opinione

La metamorfosi è compiuta. Il trionfante Movimento 5Stelle celebrato all’ora di pranzo al Parco dei Principi dal suo candidato premier Luigi Di Maio è la falena finalmente libera dal guscio della crisalide che cinque anni fa s’annidava per la prima volta in Parlamento, così autoreferenziale da non volere rapporti con le altre forze politiche. Allora, i capigruppo-portavoce Roberta Lombardi e Vito Crimi umiliarono il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che chiedeva loro di valutare la possibilità di un appoggio a un governo a sua guida. Gli risposero di no, ridicolizzandolo in diretta streaming.

Ieri mattina, con dieci milioni e mezzo di voti già incassati, Di Maio ha fatto il contrario, senza timore di veder trasalire i propri elettori: «Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche a partire dalla individuazione di figure di garanzia per le presidenze delle Camere», ha detto il capo politico con un sorriso da qui a lì. Tradotto: gli accordi per la seconda e la terza carica dello Stato indicheranno al presidente Mattarella con chi e con quale programma il M5S governerà il paese.

Si va dunque verso una maggioranza parlamentare cementata sull’alleanza tra gli ex grillini e la Lega di Matteo Salvini, l’altro mattatore delle politiche 2018 che nel frattempo dovrebbe però aver rottamato il simulacro di centrodestra con Berlusconi e Meloni? Oppure Di Maio consentirà magnanimo agli sconfitti di centrosinistra e sinistra, i dem derenzizzati e i liberi-e-uguali demoralizzati, di lanciare un proprio esponente come numero uno del Senato o della Camera in modo da sperimentare, su questa base, un’inattesa collaborazione di legislatura?

Già nella notte dello spoglio il futuro del Movimento s’era palesato ai dirigenti pentastellati – in quanto verosimilmente governativo – ben più complicato del recente passato. Gli exit poll non lasciavano dubbi: il partito fondato poco più di otto anni fa da Beppe Grillo stava dominando la gara elettorale. Nelle prime proiezioni superava di slancio quota 30 e puntava dritto al 33 per cento. Al Sud, poi, stava facendo il pieno degli eletti. In mattinata, le conferme.

È proprio al Sud che si possono meglio documentare le fasi della metamorfosi compiuta tra l’exploit alle politiche del 2013 e il passo falso alle regionali siciliane dell’autunno scorso, con in mezzo la delusione delle europee del 2014, i successi alle comunali di Roma e Torino, la ripartenza entusiasta dopo il referendum costituzionale vinto il 4 dicembre 2016. Cinque anni sono stati il tempo necessario per convincere milioni di cittadini delusi e impauriti che è da prendere sul serio la promessa del reddito di cittadinanza, seppure non a tempo indeterminato. Questo impegno, ribadito in ogni occasione da Di Maio, è stato decisivo nell’intercettare il consenso nel Mezzogiorno, la parte del paese che si è sentita più trascurata nel decennio della peggiore crisi del secondo dopoguerra. Il resto è stato marketing buono ovunque: le quote di stipendio parlamentare che (quasi) tutti gli eletti del Movimento hanno restituito a favore di piccole e medie imprese; la ostentata indifferenza verso qualsiasi proposta venisse dagli altri partiti perfino su temi come l’accoglienza degli immigrati e i diritti civili; la suddivisione cubana di ruoli tra il fundador Beppe Grillo, il taciturno tecnocrate Davide Casaleggio, il giovane leader rassicurante Di Maio e quello votato alla guerriglia, Alessandro Di Battista; la sapiente regia comunicativa con la collaborazione di canali televisivi alla ricerca di facce nuove. Attenzione, tuttavia.

Il voto del Sud s’è dimostrato il meno stabile dell’ultimo trentennio. Captare e rilanciare il malumore delle aree periferiche, sia metropolitane che nazionali, apre

una linea di credito politico che presto va chiusa, pena il trasloco altrove di masse di voti. E non basta mantenere le promesse: bisogna saperle comunicare. In questo, però, il Movimento ha già dimostrato di saperci fare più del Pd e di Matteo Renzi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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