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Non bastano le promesse: ecco cosa teme Bruxelles

La settimana

Nella favola di Andersen, l’ingenuo bambino grida ciò che tutti vedono, ma che nessuno ha il coraggio di dire: «Il re è nudo!». Nella realtà di oggi, anche Jean-Claude Juncker ha esclamato in fondo ciò che leader politici, analisti e osservatori dicono da mesi, e cioè che l’Italia rischia di trovarsi il 5 marzo senza una maggioranza e dunque senza un governo stabile e durevole. Brutta prospettiva.

Solo che Juncker non è un bambino, e tanto meno un ingenuo, è anzi un politico navigato protagonista di performance disinvolte, come le generose agevolazioni fiscali – rivelate dalle carte di LuxLeaks – concesse a 340 multinazionali dal governo del Lussemburgo, di cui allora era a capo. Insomma, a rischio di apparire sospettosi e complottisti, all’idea della gaffe, alla “voce dal sen fuggita”, proprio non crediamo. E dunque, perché il nostro si è lasciato andare? Temo che, visti da lontano, i protagonisti della campagna elettorale italiana appaiano come quei viaggiatori in smoking che ballavano sulla tolda del Titanic ignari della sorte che li attendeva. In una gara spericolata a chi la spara più grossa, infatti, non c’è candidato che non abbia promesso l’impossibile: sconti, regalìe e condoni a gogò.

Forse non ci credono nemmeno loro, e altrettanto scetticismo circola pure tra gli elettori, ma se tutti quei sogni dovessero diventare realtà l’impatto sui conti pubblici sarebbe devastante. Ogni tanto lo dimentichiamo, ma la colossale mina del debito italiano – 2.246 miliardi – vaga per l’intera Europa: i titoli emessi a copertura sono detenuti per il 40 per cento fuori di qui. Insomma, non è problema solo nostro.

Non basta, altre nubi si addensano. A Bruxelles i capi di Stato e di governo si riuniscono per stilare il bilancio dell’Unione per gli anni 2020-27 assai condizionato dalla Brexit: l’uscita della Gran Bretagna comporterà minori risorse a disposizione (ogni socio del club contribuisce alle spese di gestione) e questo potrebbe significare per l’Italia un taglio dei fondi per l’istruzione, l’agricoltura, il Mezzogiorno di 6-7 miliardi l’anno, una cinquantina fino al 2027. Ahi ahi ahi. E poi incombe la manovra correttiva di primavera, cui siamo obbligati per aver di nuovo violato i vincoli di Bruxelles e già calcolata da tempo in 4 miliardi. Ora la Commissione rifarà i conti e darà il suo verdetto: ma a chi se non ci sarà un governo nel pieno dei suoi poteri? C’è chi ha gridato all’ingerenza, alla maleducazione – ma che modi! – e tutto sommato rompere le uova nel paniere di Mattarella e Gentiloni che stanno facendo di tutto per preparare un atterraggio morbido per il dopo 4 marzo, non è educato. Anche perché il capo dello Stato imporrà la formazione di un governo a qualunque costo.

E però forse si sottovaluta che l’Ue potrebbe essere alla vigilia di un’altra crisi finanziaria favorita dalla instabilità che non affligge solo noi: in Germania la Grande Coalizione fatica a prendere vita; la Gran Bretagna è alle prese con la Brexit; Austria e Ungheria sono in mano a forze xenofobe e antieuropee; la Spagna non ha risolto il caso Catalogna. Se l’economia cresce lo si deve solo alla generosità di Mario Draghi che ogni mese con la Bce acquista miliardi di titoli pubblici alleviando le banche e tenendo bassi i tassi di interesse.

Ma all’infinito non potrà durare, e allora saranno dolori. Insomma Juncker è preoccupato che la situazione precipiti e ce lo dice. Sorprende piuttosto una sua certa miopia. Non è detto, infatti, che l’allarme lanciato porti più consensi a quest’Europa già accusata di ingerenze, di autoreferenzialità, di debolezza nell’affrontare il dramma dell’immigrazione; potrebbe invece spingere ancora di più i delusi e i timorosi nelle braccia di partiti e movimenti cresciuti proprio grazie alla polemica contro l’invasività dell’Unione, specie in una stagione in cui sembra ammesso tutto: sdoganare il fascismo o spedire al governo l’incompetenza,

l’improvvisazione, le forze che rifiutano i valori stessi sui quali l’Europa è fondata. È ciò che temono Juncker e i mercati finanziari. Insomma il re è nudo, ma forse, piuttosto che gridare la sua nudità, bisognerebbe convincerlo a rivestirsi...

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