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Macerata. Non è politica insultare la cultura degli altri

L'opinione

L’effetto Macerata monopolizza la campagna elettorale. La questione, letteralmente “esplosa” con il tiro al bersaglio sui migranti nella città marchigiana, ha di fatto eclissato gli altri temi. Non perché quello dell’immigrazione non sia rilevante. Anzi. Ma perché i molti problemi italiani – dal lavoro precario all’assenza di una politica industriale degna di tal nome, dall’evasione fiscale alla crescita delle diseguaglianze, sino al probabile piano di rientro forzato dal deficit che potrebbe venire da una rinnovata intesa franco-tedesca, solo per citarne alcuni – sembrano evaporare sotto il fragore dei colpi di pistola maceratesi.

Con il risultato, paradossale ma non troppo, che la destra, abile nel sfruttare i timori e l’insoddisfazione del Paese di fronte a fenomeni globali che si scaricano a livello locale, esce dall’angolo in cui si era trovata. E riesce a far volgere lo sguardo dell’elettorato, sia dalla scarsa applicabilità delle sue ricette, sia dalla ripresa del neofascismo e dalla xenofobia.

Salvini, in particolare, non arretra dalla linea barricadera. Anzi, rilancia. Come ha fatto nel caso dell’islam. Certo la Lega, sin da quando era Lega Nord, ha fatto della contrapposizione all’islam, percepita come “religione dello straniero”, uno dei suoi cavalli di battaglia. Dalla Lombardia al Veneto, la dura opposizione leghista ai luoghi di culto islamici è stata una costante. Nella Lega di Bossi l’islam era stigmatizzato in nome di una cristianità padana: una sorta di religione etnica che, a scapito della vocazione universale del cristianesimo, veniva declinata in chiave locale come barriera alla cultura degli “altri”. In una realtà immaginaria, la Padania, che per esistere doveva essere prima purificata religiosamente. La Croce leghista veniva, così, impugnata a rovescio, assumendo la forma di una spada da brandire contro gli altri, i “maomettani”.

Una virata drastica dopo le sbandate neopagane del Senatur per il Dio Po. Difficile, altrimenti, che il Carroccio potesse radicarsi in territori, da sempre a subcultura politica bianca, come quelli in cui si espandeva elettoralmente. La fine della Lega come partito di rappresentanza territoriale del Nord, perseguita da Salvini nel trasformarlo in attore che gioca a tutto campo e non si lascia imbrigliare da confini più o meno immaginari, ha messo la sordina all’identità locale – difficilmente riproducibile fuori dalle regioni settentrionali e dal loro, specifico, cattolicesimo popolare – a favore di una nuova, ma non meno conflittuale, identità nazionale.

Condurre la battaglia contro i migranti in nome della diversità di valori può, comunque, diventare scivoloso anche per la nuova Lega. Pochi, commentando i fatti di Macerata, si sono resi contro che tra i colpiti vi sono anche cristiani. Così Salvini elude la contraddizione recuperando la contrapposizione contro i musulmani: incurante delle differenze culturali e persino teologiche che li contraddistinguono. Facendone un unico oggetto del rigetto in quanto estranei “ai nostri valori e alla Costituzione”. Dimenticando che parte di loro sono italiani. Insomma, se il cristianesimo etnico della Lega del passato sognava una religione senza Chiesa, un cattolicesimo all’ombra del campanile anziché del Cupolone, quella salviniana si propone come alfiere di un Occidente che resiste al suo tramonto contrapponendosi alla globalizzazione e all’islam in nome di valori “autenticamente” nazionali. Un posizionamento che consente di tenere insieme cattolici tradizionalisti e laici conservatori, ex-padani ed estrema destra nazionalista, ceti popolari senza rappresentanza e perdenti della globalizzazione.

Una

deriva che costringe Berlusconi, ormai in piena love story con i popolari europei, a bollarla come “pirotecnica”. E a sperare che la sua coalizione non raggiunga la maggioranza, consentendogli di imboccare una più rassicurante via tedesca.

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