Quotidiani locali

IL RICORDO 

Azeglio Vicini, il ct che seppe farsi amare senza stare in prima fila

Per farsi sentire non aveva bisogno di alzar la voce, “solo” terzo al Mondiale di casa, quello delle Notti magiche ma la responsabilità non fu sua. Lasciò per colpa di un palo in Unione Sovietica ma dopo non ha mai recriminato su niente. Quel modo di esserci senza invadere la scena, rivisto oggi è una grande lezione

Erano davvero altri tempi, quelli di Azeglio Vicini, commissario tecnico della Nazionale di calcio delle Notti magiche, di quel Mondiale del 1990 giocato in casa e perso nel batticuore dei rigori. Erano tempi di passioni forti e di lealtà e vien difficile da immaginare Vicini nel calcio d’oggi: anche per questo può essere solo tenero il ricordo di lui e di quel suo vivere nel riserbo, vicino e lontano dai riflettori. Avrebbe compiuto 85 anni a marzo e davvero si può dire che sia stato un uomo perbene, di quelli che per farsi sentire non avevano bisogno di alzar la voce. Romagnolo di Cesena, aveva trovato una seconda patria a Brescia ma, se non fosse stato per quell’accento marcato, sarebbe stato difficile associarlo a un territorio particolare; era uno di tutti. Al punto che, anche nella sconfitta, nessuno ha mai avuto modo di imputargli niente.

È stato il simbolo vivente del saper fare senza mai essere in prima fila, un po’ come era stato il suo predecessore in Nazionale e compagno di banco alla scuola tecnica federale, Enzo Bearzot. Bearzot dovette parare anche critiche feroci e ingiuste, reagì schiaffeggiando una ragazza che gli aveva dato dello scimmione ma in sostanza era sempre rimasto lontano dai riflettori, prima, durante e dopo il trionfo. Anche Vicini era così e non dovette mai tirar schiaffi perché non ce ne fu bisogno.

La sua Nazionale è stata senz’altro la più amata del “prima” di un Mondiale. Facile abbracciare forte quelle delle coppe alzate nel 1982 e nel 2006, dopo averle fatte partire nell’indifferenza, nello scetticismo e finanche nel dileggio. La Nazionale di Vicini, quella del Mondiale in casa, era coccolata, piaceva e ispirava fiducia. Vicini seppe guardarsi intorno senza timore di smentir scelte precedenti, pescò Totò Schillaci non solo per quei 15 gol segnati al primo anno in A con la Juve. Ci vide qualcosa di “sacro” in senso sportivo e fece bene: Totò arrivò come ultima scelta e chiuse da capocannoniere. I suoi occhi spalancati a testimoniare gioia e stupore dopo ogni gol restano il simbolo di quelle Notti, del sogno svanito non per un errore del ct ma per un’uscita a vuoto del miglior portiere del mondo dell’epoca, Walter Zenga, imbattuto in tutta la manifestazione e che incassò l’unica rete dall’argentino Caniggia nella semifinale giocata a Napoli in uno stadio diviso a metà, un po’ azzurro e un po’ pro-Maradona. La vera uscita a vuoto, in fondo, non fu quella di Zenga ma quella di chi mise a punto il tabellone e non pensò che in quella fase storica mandare gli azzurri a Napoli non sarebbe stata una bella idea. Caniggia pareggiò il gol di Schillaci e i rigori aprirono quella che fu definita la maledizione azzurra, proseguita nel ’94 in finale con il Brasile e nel ’98 ai quarti con la Francia.

La storia di Vicini in Nazionale non finì con quel Mondiale: aveva cominciato a frequentare Coverciano a 35 anni, dopo una carriera da calciatore di Lanerossi Vicenza, Samp e Brescia e una breve apparizione come allenatore di club sempre a Brescia. Il debutto con l’Under 21 e la perla del secondo posto agli Europei 1986 (già allora ko ai rigori) con quella che poi sarà l’ossatura delle Notti magiche con Walter Zenga, Roberto Baggio, Roberto Donadoni, Franco Baresi, Beppe Bergomi, Carlo Ancelotti e gli occhi di Totò.

Restò anche dopo quel terzo posto amaro e tentò di qualificarsi per l’Europeo successivo. Fallì per colpa di un palo colpito da Ruggero Rizzitelli in Unione Sovietica e lasciò il posto ad Arrigo Sacchi e a un’altra epoca calcistica. Anche quella volta uscì in punta di piedi rientrando come allenatore di club solo per qualche uscita a Cesena e a Udine per poi diventare presidente degli allenatori e capo del settore tecnico della Federcalcio. Incarico lasciato nel 2010 a Roberto Baggio, uno dei ragazzi delle Notti magiche. Fu l’ultimo atto di un’epoca che poi ha visto la scomparsa di una scuola di tecnici federali e anche di molto altro del nostro calcio.

Vicini merita lievità della terra dell’ultimo riposo e un ricordo

scolpito nel cuore di chi il calcio lo ama davvero. Glielo dobbiamo, per la magia di quelle Notti e anche per quel modo di esserci senza invadere la scena. Rivisto oggi, una grande lezione.

twitter: @s_tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Venezia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO

Sconti sulla stampa e opportunità per gli scrittori