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L’inutile complessità della legge elettorale

L’inutile complessità della legge elettorale

Il commento

Con una certa fatica, al momento della sua approvazione, si potevano trovare delle buone ragioni per valutare positivamente la nuova legge elettorale. Tra queste figurava, senza dubbio, l’armonizzazione dei metodi di scrutinio tra Camera e Senato. Ma anche la possibilità di riallacciare i rapporti tra politica e territorio, grazie al ritorno dei collegi uninominali (almeno per una parte – il 36% – dei seggi). La marcia di avvicinamento al voto sembra tuttavia togliere argomenti a chi, magari precisando che «no, non si tratta della migliore legge possibile», si dichiarava comunque in favore del Rosatellum.

La convulsa fase di selezione delle candidature, che dovranno essere presentate entro domani, propone uno spettacolo non proprio aderente al proposito, più volte sbandierato, di portare la politica “più vicino” ai cittadini. Pochi nomi veramente nuovi, salvo i (molti) giornalisti. Addio alle primarie, con la sola eccezione delle parlamentarie online del M5S. Per le quali, tuttavia, gli interventi di scrematura dall’alto (prima e dopo il pronunciamento della Rete), le opacità sulle procedure di voto, e i margini di manovra assegnati al capo politico sembrano mettere in discussione la specificità dei Cinquestelle. Poi, ancora una volta, candidati catapultati in collegi (più o meno sicuri), privi di reale legame con il territorio (e spesso con il “paracadute” del proporzionale), diventati oggetto di accese discussioni all’interno di molti partiti. Persino Matteo Renzi, durante l’interminabile corpo a corpo notturno sulle candidature dem, ha ammesso che «altri sistemi elettorali permettevano scelte più semplici».

Ovviamente, non tutte le responsabilità sono riconducibili alla legge elettorale. Anzi, potremmo attribuirle, quasi interamente, ai partiti e alle loro leadership, preoccupate – costi quel che costi – di garantirsi una pattuglia di fedelissimi da portare nella trincea della prossima legislatura. Ma indubbiamente la legge elettorale, che prevede collegi piuttosto ampi e non fissa alcun limite circa la “residenza” nel collegio di candidatura, sembra contraddire in modo significativo le aspettative sulla selezione di una classe politica più sensibile (e quindi responsabile) nei confronti delle constituency di elezione.

Sgomberato il campo dai pochi, e discutibili, meriti della legge Rosato, rimangono sul piatto gli evidenti limiti. Su tutti, il fatto di offrire poche garanzie, per quanto riguarda la formazione di una maggioranza. Al contrario, sembra favorire la creazione di finte coalizioni, con finti candidati premier, che fingono di poter vincere. Attenzione: qualcuno potrebbe riuscirci. Ma la possibilità di dover ricorrere, anche questa volta, agli alambicchi parlamentari è molto elevata, con l’effetto di deprimere il già scarso senso di efficacia politica dei cittadini: la sensazione di poter incidere, con le proprie scelte, sul corso della politica.

Rimane, poi, l’eccessiva, inutile complessità del meccanismo elettorale. Un articolato sistema di soglie per le coalizioni (10%) e per le liste, che devono raggiungere il 3% per poter partecipare alla ripartizione dei seggi, ma comunque “contano”, dentro le coalizioni, se superano l’asticella dell’1%. E poi, ancora, il “doppio trascinamento”: tra voto proporzionale e maggioritario – se voti la lista voti anche il candidato – e tra maggioritario e proporzionale – se voti il candidato voti anche la lista (e la redistribuzione pro-quota tra i partiti collegati appare una delle innovazioni più creative e controverse). Con il risultato di rendere poco comprensibile la trasformazione dei voti in seggi.

Così, tra catapulte e paracaduti, tra caparre per i candidati (30mila euro, nel caso di Fi) e penali per gli eletti dissidenti (100mila, nel caso del M5S),

i partiti – tutti – e le procedure democratiche restituiscono, ancora una volta, un’immagine di chiusura e di scarsa trasparenza. Con il rischio di allontanare ulteriormente i cittadini. Magari già dalle urne.

@fabord

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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