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Cinquestelle senza Grillo alla battaglia decisiva

Cinquestelle senza Grillo alla battaglia decisiva

L'opinione

La separazione da Beppe Grillo si è consumata in poche ore e, dettaglio sorprendente, senza grandi clamori. Ma come, il grillino rampante si libera del padre-padrone-ideatore-fondatore dei Cinquestelle che si fa un blog tutto suo e se ne va, e non succede niente? Mah. Che si tratti poi solo di una divisione dei beni, oppure – ultima speranza di un matrimonio in crisi – di una pausa di riflessione, o invece la premessa di un divorzio, atto finale di una coppia sfasciata, è questione avvolta nel più fitto mistero. Come tutto ciò che ruota intorno a Di Maio, a Casaleggio jr e alla Srl azionista di riferimento (e cabina di regia) di un Movimento passato in pochi anni da zero a otto milioni di elettori. E che si appresta alla sua sfida decisiva.

A dispetto di ciò che appare, figli e nipoti di Beppe Grillo non arrivano all’appuntamento in forma smagliante. La formazione delle liste per Camera e Senato, e la selezione dei candidati che l’ha preceduta – le cosiddette “parlamentarie” – hanno brillato per pochezza degli aspiranti, confusione generale e arroganza dei Grandi Capi.

Di quello che è successo e dei criteri di scelta non si sa nulla: non si sa in quanti abbiano votato (si dice 100mila, ma si gridò alla crisi quando alle ultime primarie del Pd parteciparono in 2,5 milioni); non si conoscono i nomi di chi si è presentato alla gara; non si sa chi sia stato cassato e secondo quali criteri; non si sa se la falcidia sia stata condotta personalmente dal candidato premier Di Maio, da Casaleggio o da entrambi. E c’è pure chi pensa che la mattanza organizzata dai vertici sia servita a lasciare spazio agli amici e agli amici degli amici: a giudicare dalle denunce degli esclusi che fioccano copiose, non è solo un sospetto.

Non male per un Movimento che si è fatto strada gridando «onestà onestà», schierandosi contro il Parlamento dei nominati e invocando trasparenza contro le decisioni assunte nelle segrete stanze. Sempre che le stanze non siano quelle di Davide & Luigi… O è sempre stato così, o siamo di fronte a una notevole metamorfosi. Che avrebbe come obiettivo quello di presentarsi al giudizio degli elettori con un volto meno urticante, più rassicurante, vestito grigio e cravatta, niente vaffa e più proposte, anche se queste, a giudicare dal programma presentato nei giorni scorsi a Pescara, appartengono più al regno delle promesse fasulle che a quello del buon governo.

Come reagiranno a tutto questo gli adepti della prima ora, quelli delle piazze e degli show di Grillo, non è dato sapere. Sembrano però digerire tutto in silenzio, perfino l’idea che i futuri parlamentari versino una parte dei loro appannaggi nelle casse della Casaleggio Srl, che è una ditta privata: come se deputati e senatori di Forza Italia si tassassero a favore di Mediaset, o quelli del Pd per un’azienda di babbo Renzi. Chissà, tale deve essere il rigetto degli “altri” politici da accettare tutto.

E ora che il traguardo è vicino, i post grillini stringono i denti. Già, ma è poi così vicino? Non è affatto detto. La decisione di correre da soli – obbligata dalla convinzione congenita del “meglio soli che male accompagnati” – potrebbe alla fine penalizzare il Movimento.

Nel suo messaggio di fine anno il capo dello Stato ha infatti ricordato a tutti che, dopo le elezioni di marzo, sarà il Parlamento a dire l’ultima parola sulla formazione del governo. Traduzione: non avrà l’incarico il candidato premier del partito che prenderà più voti, ma colui che dimostrerà di avere i numeri per formare una maggioranza. E oggi, considerando le alleanze già fatte, sono centrodestra e centrosinistra che se la batteranno per questo obiettivo. Il primo segnale verrà dall’atto inaugurale del nuovo Parlamento, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato per la quale, com’è ovvio, una maggioranza si formerà per forza. A quel punto si vedrà se gli eredi

di Grillo vorranno partecipare al gioco o preferiranno starsene fuori, magari sperando che nuove elezioni (con una nuova legge elettorale) li portino finalmente a Palazzo Chigi. Da soli. Ma questa, come si dice, è un’altra puntata della nostra storia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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