Quotidiani locali

Abita alla Casa Bianca il businessman dell'anno

L'opinione

Un uomo d’affari in mezzo ad altri uomini d’affari. Forse basterebbero i vecchi classici, a partire da Adam Smith, per capire il perché del successo di Trump al consesso di Davos. Il fondatore dell’economia politica diceva che, quando due o più uomini d’affari si incontrano, è molto probabile che si mettano d’accordo per smettere di farsi concorrenza e fare patti per loro vantaggiosi.

E ai potenti di Davos Trump ha detto cose gradite: non c’è momento migliore di questo per investire negli Stati Uniti, le tasse sulle imprese sono basse, ho tagliato le regole che vi davano fastidio, e il dollaro è super conveniente. Senonché, Trump non è più solo un uomo d’affari, è il leader della democrazia più potente del mondo; e gli spettatori di Davos non sono solo businessman, sono portatori di un pensiero che ha plasmato il mondo negli ultimi trent’anni, a difesa dei benefici del mercato globalizzato. Un pensiero che ha dettato l’agenda ai politici, ha influenzato le istituzioni internazionali, ha scritto leggi e cambiato costituzioni. Ma gioca in difesa da qualche anno, affidandosi prima a campioni non proprio democratici come il presidente cinese Xi Jinping e adesso nel disperato tentativo di rilancio, sotto le insegne della “globalizzazione governata”, all’astro Macron e al potenziale nuovo asse con la Germania. Che succede ora, di questo strano schieramento? La Trumpnomics ha conquistato l’élite definitivamente?

Quando ha detto che lo slogan “prima l’America” non vuol dire “solo l’America”, Trump può essere apparso conciliante, più moderato del solito.

Così come quando ha invocato un commercio internazionale più equo, contro pratiche sleali nascoste. Ma, a prescindere dal fatto che gli basterà un tweet dei suoi per tornare a fare l’incendiario, resta la sostanza: i dazi annunciati all’inizio della settimana, la rivendicazione del dollaro debole, lo scontro con la Bce, la fine della tregua valutaria, la concorrenza fiscale per portare i capitali e le imprese nei propri confini. Quando ha detto che ciascun leader mette al primo posto il suo Paese, da un lato ha sottolineato una cosa ovvia; dall’altro, ha dato una indicazione precisa del mondo che potrebbe attenderci. Un mondo nel quale ogni Stato cerca di attrarre investimenti a colpi di dumping fiscale e deregulation è un paradiso, per molti dei presenti a Davos; un inferno per coloro che dovranno pagare le tasse che sono state ridotte ad altri, oppure subiranno le conseguenze dei tagli alla spesa sociale. Un mondo più ineguale, ancor più ingiusto di quello che ci ha consegnato la globalizzazione. E destinato a squilibri e instabilità crescenti, non solo sociali ma anche economiche e finanziarie, con continue guerre commerciali e valutarie.

Eppure, Trump ha vinto a Davos. Non solo perché molto spesso le idee seguono gli interessi, e gli interessi della fascia più alta dei redditieri nel mondo sono da lui premiati, al contrario di quelli della larga fascia sofferente della popolazione che l’ha votato. Ma anche perché a contrastarlo ha trovato, ancora una volta, solo argomenti di tipo economico: quelli forti, e argomentati con toni irritualmente duri, di Mario Draghi; quelli sistemici del Fondo monetario; quelli del liberalismo europeista di Macron. Come se il pericolo della politica di Trump, e di tutto il nuovo corso estremista dei partiti conservatori vecchi e nuovi, fosse solo il protezionismo in economia. Sul terreno dei princìpi fondamentali e dei diritti umani e civili, Trump, come l’ondata nera europea e italiana, è altrettanto dirompente.

A Davos ha attaccato la libertà di stampa (fischiato solo dai giornalisti, come se fosse il problema di una categoria), sui social media veicola messaggi apertamente razzisti, in patria smantella le conquiste delle donne e delle minoranze, all’estero incendia i conflitti nelle aree più sensibili. All’Europa non smemorata servirebbe

più un Churchill che un Draghi, per contrastare l’ondata crescente che salda gli interessi di pochi vincenti, il consenso di molti perdenti, l’antiglobalismo e la sostanziale riduzione della democrazia. Se davvero vuole contrastare tutto ciò.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Venezia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO

Sconti sulla stampa e opportunità per gli scrittori