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L'accordo dei tedeschi diventa sfida all'Europa

Il metodo con il quale Spd, Cdu e Csu hanno raggiunto, in nome dell’Europa, l’accordo che potrebbe dar vita alla nuova edizione della grande coalizione in Germania sarebbe da consigliare ai partiti italiani, prima ancora che all’indomani delle elezioni di marzo – dalle quali forse usciremo con una situazione di stallo “alla tedesca” – già in questa fase di preparazione dei programmi.

Al centrodestra in primo luogo, per chiarire agli elettori se sarà loro proposta una linea comune pro o contro l’euro e l’Europa (quella del Berlusconi in nuova versione moderata, o di Salvini-Meloni amici di Lepen e della destra estrema austriaca); ma anche al M5S, per mettere d’accordo le alternanti versioni del movimento grillino sulla stessa materia; al Pd di lotta e di governo (versione Renzi, populista da “dentro” il potere, o Gentiloni, che è nel cuore e nella testa dell’establishment europeo) e ai nuovi entranti di LeU, ai quali sarebbe utile elencare, prima ancora che i legittimi motivi di risentimento, i punti programmatici sulla base dei quali un accordo, regionale o nazionale, sarebbe possibile. Ma le ventotto pagine del pre-accordo partorito l’altroieri nella sede che porta il nome nobile di Willy Brandt, oltre che un modello virtuoso nel metodo, mostrano anche tutti i limiti del risorgente spirito europeo e dell’asse franco-tedesco che si candida di nuovo a esserne il motore.

È ancora presto per dire se la svolta tedesca sarà una svolta anche per l’Europa. In primo luogo, perché non è detto che sarà approvata dalla base della Spd, davanti alla quale il 21 gennaio Schulz dovrà difenderla dopo aver portato il partito alle elezioni sullo slogan opposto («Mai più grandi coalizioni») e senza aver ottenuto alcun risultato simbolicamente forte.

In secondo luogo, perché è solo un inizio. Importante, se non altro per lo scampato pericolo, ossia un programma di governo opposto, con la cosiddetta coalizione Giamaica con verdi e liberali, che avrebbe portato a una linea contraria anche nelle parole alla solidarietà tra Paesi europei e alle riforme della governance dell’Unione. Ma dall’esito ancora vago, che tale resterà finché non si capisce cosa si intende per “Fondo monetario europeo”, di quanto e come saranno rafforzate le politiche comuni, se davvero si arriverà a un embrione di politica economica sovranazionale o se Draghi – o chi per lui – resterà solo, senza legittimazione democratica e senza politica fiscale, a lottare contro deflazione e instabilità finanziaria. Di certo c’è solo che la Germania raccoglie la sfida della Francia di Macron: questa Unione non funziona più, dobbiamo rimetterci le mani. Ma siamo lontani anche dal più timido dei discorsi federalisti, a Berlino come a Parigi, dove del resto non ha mai preso davvero piede un ideale d’Europa federale, nel quale gli egoismi nazionali si sciolgano per far tornare a coincidere lo spazio della politica con quello dell’economia.

Eppure, aver posto nelle prime pagine dell’accordo tedesco il tema dell’Europa non è stato un escamotage; ma il segnale che l’élite europea – e al suo interno la declinante socialdemocrazia, che ha gestito tutto il processo da Delors a Prodi allo stesso Schulz – ha capito che le leggi scritte a Maastricht, e consolidate negli anni buoni della crescita e quelli cattivi della crisi, la portano dritta dritta nel burrone. Infatti già ha cominciato a reinterpretarle, con flessibilità contrattate ed eccezioni ad uso dei più forti. Purtroppo, sul come saranno riscritte non c’è chiarezza né unità di intenti. Questa si trova, ancora una volta, ai danni dei più deboli, immigrati e richiedenti asilo: il punto più chiaro dell’accordo Schulz-Merkel è nel contingentamento dei nuovi ingressi, e nel blocco
dei flussi dei profughi da redistribuire in Europa.

Non è un bell’esempio di solidarietà, per la casa comune europea che intanto si vuole ricostruire; ed è una bella prima grana per il governo italiano che uscirà dalle urne, qualunque esso sarà.

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