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Rai. Il triplo salto mortale di Renzi su viale Mazzini

L'opinione

In materia di Rai, Matteo Renzi ha assunto nel tempo posizioni decisamente diverse. Inizialmente parlò di una Fondazione tipo Bbc che avrebbe dovuto salvaguardare l’autonomia della maggior industria culturale del Paese finanziata quindi tutta dal canone (Bbc gode di un canone sui 180 euro e ha un solo canale pay, Channel4). Poi, dalla riforma, sparì del tutto lo scudo protettivo della Fondazione e subentrò invece, oplà, un più stretto legame col governo (il presidente, un consigliere scelti dall’esecutivo e in pratica pure il super-direttore generale). Oltre a mantenere un cda per il resto nominato dalla commissione di Vigilanza, cioè per via partitica. Nel contempo venne trasferito il canone nella bolletta dell’energia elettrica riducendolo da poco più di 113 euro a 80 e limitando così l’evasione divenuta macroscopica (oltre il 30%), specie al Sud e nelle grandi aree metropolitane dove viaggiava fra il 50 (Napoli) e addirittura il 90% (a Casal di Principe).

A quel punto le risorse della azienda di Viale Mazzini – un tempo suddivise a metà fra canone e pubblicità, 50 e 50 circa – perdurando la crisi della pubblicità, si potevano stimare in un 65-70% da canone e in un conseguente 35-30% da pubblicità (in calo). Doveva accrescersi la parte finanziata dal canone, quindi non legata alla catena dell’Auditel: inchieste, documentari, rubriche culturali e soprattutto economiche e ambientali, ecc. Qualcuno se ne è accorto? No. Gli stessi programmi educativi per l’infanzia e per l’adolescenza sono stati cancellati dai canali della tv generalista e confinati nei canali del digitale terrestre che normalmente fanno ascolti da prefisso telefonico. Per non parlare degli sport più popolari e quindi amati di cui la Rai ha perso i diritti, da ultimo quelli sui Mondiali di calcio sopprimendo persino uno dei due canali tv generalisti. Con la radio diventata nei finanziamenti la vera cenerentola. Una follia degenerativa.

Adesso Renzi, in piena campagna elettorale, annuncia il proposito di abolire il canone. Con la tv pubblica tutta a pubblicità? Un triplo salto mortale. Anche perché nelle settimane scorse è stato approvato il contratto pluriennale di servizio fra Stato e Rai, che impegna quest’ultima a tutta una serie di precisi obblighi di servizio pubblico. Ma se deve vivere soltanto di pubblicità, dovrà orientare totalmente la propria macchina produttiva verso programmi che “facciano audience” e quindi siano fortemente commerciali, in grado di captare l’interesse di una platea più vasta e meno anziana. E quale sorte potranno avere i numerosi canali digitali ai quali ha delegato il “fare cultura”? Come potrà sostenersi il macchinone dell’informazione regionale e locale nel quale lavorano 800 dei 1700 giornalisti circa a contratto con la Rai? Con la pubblicità regionale e locale? C’è da dubitarne assai. Può darsi che si faccia strada, anche in Renzi, l’idea di mettere all’asta pezzi di quel servizio pubblico oggi delegato alla Rai. Un’idea avanzata anche da editori privati come Urbano Cairo il quale sostiene – con alcune ragioni – che La7 faccia servizio pubblico con alcuni suoi programmi come Tagadà, Piazza pulita, lo stesso Tg di Mentana.

Insomma, una vera e propria rivoluzione che porrebbe serissimi problemi di adattamento (e di snaturamento) alla Rai attuale e ne porrebbe però pure a Mediaset nella competizione sul mercato degli spot pubblicitari condotta ad armi pari. Certo, sarebbe pure il primo caso di una Radio-Televisione di Stato che nell’Unione Europea dismette il canone e, di fatto, diventa in toto commerciale. Gli Italiani considerano il canone Rai “la tassa più odiosa” e francamente non si sa perché e Renzi in campagna
elettorale li accontenta. Oppure, all’opposto, si cancella l’odiato canone tv e si ripiana a piè di lista il disavanzo annuale con un finanziamento governativo (alla spagnola). Ma sarebbe una tassa su tutti gli italiani. Però, che orribile confusione...

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