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Una rivolta senza leader nata da motivi economici

Il commento

Si estende la protesta in Iran. Le manifestazioni che scuotono il Paese hanno avuto, almeno inizialmente, segno diverso da quelle che, nel 2009, mobilitarono la piazza contro il “golpe nelle urne” che portò alla contestata rielezione di Ahmadinejad.

Qui le motivazioni iniziali sono state di natura economica più che politica: anche se una mobilitazione contro il carovita in Iran non è mai, solo, economica. Tanto più in un contesto nel quale, con Trump alla Casa Bianca, il permanere delle sanzioni rende problematica la fine di quell’isolamento internazionale del Paese che avrebbe dovuto mettere fine alle ristrettezze dei ceti sociali che più hanno pagato i lunghi decenni della stagnazione.

Anche perché la protesta è partita dal doppio fronte ostile al presidente Rohani, formato da un’ala dei conservatori religiosi e dalla destra radicale di Ahmadinejad che, dai convulsi avvenimenti di questi giorni, punta, se non a un ritorno alla ribalta, almeno a una tregua sul fronte delle inchieste giudiziarie che investono la sua passata amministrazione. Entrambe le destre sono unite dall’ostilità contro i riformisti, fossero anche quelli moderati legati al centrista Rohani.

Ma sotto l’impetuoso vento della piazza, l’incendio è sfuggito di mano ai piromani. Tanto che, a dimostrazione del generale malcontento verso il regime, più che contro questa o quella fazione politica, le manifestazioni sono divenute calamita dei molti scontenti che attendevano solo un innesco per alimentarne le fiamme.

Quella in corso è, per ora, una protesta senza leader. Contrariamente al 2009, quando erano molti: apparenti, come gli sconfitti dai brogli Moussavi e Karroubi; e veri, quelli che li sostenevano alle spalle, come gli ex-presidenti Khatami e Rafsanjani.

In ogni caso la grande mobilitazione dell’Onda Verde venne repressa dai conservatori religiosi legati a Khamenei che misero fuori gioco sia gli sconfitti riformisti, sia il formale vincitore Ahmadinejad, da allora ostaggio della Guida che lo aveva salvato convalidandone la truffaldina vittoria. In cambio il presidente ex-pasdaran dovette mandare in soffitta quel “khomeinismo senza clero” che, nelle sue intenzioni, puntava a ridimensionare il potere dei “turbanti”. Quanto alla Guida, la vertiginosa “mossa del cavallo” che rompeva il patto costituzionale tra le diverse fazioni rivali gli consentì di riaprire, da posizioni di forza, il gioco elettorale che ha poi portato al governo Rohani: rilegittimandosi, così, come perno del regime.

Oggi la protesta ormai orfana rende più ardua la mediazione tra esponenti del “Sistema” – il quadro di riferimento politico e istituzionale comune ai diversi esponenti, pur rivali tra loro, di quella vera e propria “oligarchia di fazioni” che è la Repubblica islamica - facendo diventare meno controllabile il conflitto; e indebolisce la mobilitazione perché gli obiettivi di chi scende in piazza non sono legati da una comune strategia. La mancanza di sponde politiche interne candida, oltretutto, ciò che viene considerato “fuori sistema” alla pura repressione: soprattutto dopo che Khamenei ha accusato i “nemici” esterni di fomentare la protesta.

Opzione che, se la crisi precipitasse, potrebbe essere gestita direttamente dai Pasdaran, sempre più forti dopo la vittoria in Siria e, nonostante la crisi economica, beneficiari di crescenti risorse: motivo che ha indignato quanti chiedono meno spesa militare e più spesa sociale.

Ma il potere dei Guardiani della Rivoluzione non sembra facilmente scalfibile. Difficile che, di fronte all’America trumpiana,
e alla volontà saudita e israeliana di sbarazzarsi della minaccia strategica iraniana, anche le fazioni loro meno vicine, come quella di Rohani, possano ridimensionarne l’influenza. Una crisi che potrebbe sfociare in esiti imprevedibili quella in corso.

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