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Usa. Gesù sostituito da Perù nel Natale sterilizzato

L'opinione

In una delle zone meno attraenti del distretto newyorchese di Queens, tutta case basse e marciapiedi larghi, un piccolo presepe cattura l’attenzione dei ragazzini all’incrocio tra due strade: c’è scritto Droid Christmas, e al posto del bambinello c’è proprio il piccolo robottino verde utilizzato come logo per il sistema operativo Android. I tredicenni si fermano, ridacchiano, si fanno un selfie col telefonino e passano avanti.

I più grandi, invece, si affollano per le strade di Brooklyn, in una zona residenziale a folta presenza italiana: si chiama Dyker Heights ed è piena di gruppi che, camminando nel gelo dietro a una guida, fanno il tour delle luci di Natale. Gli abitanti competono sulle decorazioni più belle, e quello che è nato come un gioco si è poi trasformato in un’attrazione turistica: facciate e giardini lasciano a bocca aperta, in un miscuglio indistinto di eleganza e pacchianeria.

Non ci sono androidi, nei presepi rivisitati, ma c’è Snoopy. Ci sono i soldatini gonfiabili e i sette nani, gli angioletti e i pupazzi di neve, una finta Tour Eiffel e i suonatori di tamburi, i Minions e gli orsacchiotti. E poi naturalmente c’è Babbo Natale, onnipresente: nella società globalizzata ha preso il posto di Gesù Bambino, così come le renne hanno ormai soppiantato il bue e l’asinello. Solo poche famiglie, le più tradizionali, insistono con i simboli religiosi, anche se qualcuno – per devozione personale, che col Natale c’entra fino a un certo punto – infila tra le decorazioni pure una statua di Sant’Antonio, non esattamente un protagonista della Natività di Betlemme.

Suonano gli angeli, invece, sotto l’albero di Natale del Rockefeller Center, una ventina di chilometri più a nord, nel centro di Manhattan. Ma si mischiano benissimo con le decorazioni dei negozi, con lo spettacolo sontuoso di luci sul palazzo dei grandi magazzini Saks, con i pupazzi animati in versione natalizia che agganciano i turisti per strada offrendosi per una foto in cambio di qualche dollaro. Fra le transenne e i blocchi della polizia c’è comunque un’aria di festa, anche se nessuno sembra ricordare perché.

L’unica frontiera possibile, nella società plurale e politicamente corretta, pare oggi quella del Natale sterilizzato. Quella in cui – anche in Italia – nelle canzoncine a scuola si sostituisce Gesù con Perù, e nei biglietti di auguri si preferisce restare sul generico per non ferire nessuno; oppure, sul fronte opposto, si utilizzano i simboli cristiani soltanto come sinonimo di tradizione e di appartenenza culturale o sociale. Quelle religioni che, per etimologia, dovrebbero unire sono diventate un fattore di divisione; hanno conservato il guscio esterno, ma rischiano di perdere l’anima.

Non è un problema di cristianesimo: chi ha festeggiato almeno una Pasqua ebraica in qualche ricca famiglia della Upper East Side sa bene che, nei riti meccanici della cena, la spiritualità dell’Esodo è ormai diluita a livello omeopatico. Così è pure per Hanukkah, la festa delle luci, che per molte famiglie miste è diventata paradossalmente l’inizio del periodo di Natale, ossia il primo atto di uno scartamento di regali lungo due o tre settimane.

E chissà cosa sarà, tra una cinquantina d’anni, del Ramadan nei Paesi più plurali: in quelli, cioè, dove diverse fedi convivono in pace anche all’interno delle stesse famiglie. Chissà se Snoopy o i Minions faranno mai la loro comparsa durante una Festa del Sacrificio, fra i teenager di quarta generazione che non parlano più nemmeno l’arabo, o se invece i musulmani saranno più impermeabili ai cambiamenti della società.

È difficile oggi dire dove ci porterà la convivenza: per ora si è scelta la strada più facile, quella di anestetizzare
tutto e di banalizzarlo, lasciando la scena solo a quei simboli innocui – Babbo Natale e le renne, le luci e i regali – che non danno fastidio a nessuno. Ma resta il problema più grande, quello dello stare insieme e di accettarsi per quello che si è.

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