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Intenso l’anno che verrà del “premier per caso”

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Se fossimo all’ultimo giorno di scuola si potrebbe dire che l’alunno è stato diligente e di buona condotta, mai una nota sul registro, che si è molto impegnato e alla fine ha strappato la sufficienza ma, signora mia, avrebbe potuto fare di più... Il ragazzo, si capisce, è Paolo Gentiloni e – fuor di metafora – ha condotto in porto più che dignitosamente una legislatura difficile, tesa, spesso vicina alla rottura. Ogni bilancio di questo governo che chiude baracca e burattini, ma non se ne va fino alle elezioni di marzo, non può che cominciare da qua, da ciò che Gentiloni ha trovato un anno fa a Palazzo Chigi e dentro le aule parlamentari. Non che si vogliano cercare giustificazioni, per carità, ma spiegazioni sì.

All’inizio della legislatura, il campo politico era dilaniato, non c’era una maggioranza forte, valga per tutti la triste prova di impotenza che aveva costretto tutti a chiedere a Giorgio Napolitano di accettare un secondo mandato al Quirinale. Questa era l’aria che si respirava dopo la “non vittoria” del Pd di Pierluigi Bersani. Ma più tardi, quando è toccato a Gentiloni prendere le redini del governo, l’atmosfera non si era affatto rasserenata, anzi: si era appena consumata, infatti, la débâcle del referendum che ci aveva restituito un Parlamento e un Paese spaccati. In cui i contendenti non erano più solo due, ma tre: le truppe grilline avevano invaso il campo, scompigliato i giochi, dettato nuove regole del gioco.

Arrivato a Palazzo Chigi, poi, si è cominciato a dire che il governo avrebbe avuto vita breve, che si sarebbe andati a votare presto, pure con i due monconi lasciati in eredità dalla Consulta dopo la bocciatura dell’Italicum. Poi sono cominciati i terremoti, quelli veri e tragici – non uno, ma tre – e quelli politici con la scissione del Pd e i vani tentativi di rimettere insieme i cocci di un’intesa che non c’era più. E mentre Romano Prodi piantava la sua tenda davanti al Nazareno, il buon Gentiloni governava, in ordine e in silenzio. Affettuosamente assistito da Sergio Mattarella.

Considerando le premesse, quello che è riuscito a fare questo “premier per caso” in un anno appena è davvero considerevole, anche se a ogni provvedimento bisogna far seguire un “ma”. Questa per esempio è stata la legislatura dei diritti civili, conclusa con l’approvazione del testamento biologico, che ha fatto piangere di commozione Emma Bonino, e apertasi con le unioni civili di Monica Cirinnà, ma si è dovuto accantonare lo ius soli. È stata finalmente varata una nuova legge elettorale, il Rosatellum, ma che rischia di produrre danni incalcolabili. E ancora. La ripresa finalmente c’è, e più robusta di quanto si prevedesse, ma per tornare ai livelli pre-crisi c’è ancora una differenza di 6 punti percentuali da eliminare. Il crac delle banche è stato affrontato e (quasi) risolto, i risparmiatori saranno rimborsati, ma si sono persi due anni prima di intervenire, la battaglia di competenze tra autorità di vigilanza è stata penosa, la discussione in commissione banche misera, dissennata la gestione del caso Boschi, cuore dello scontro politico.

E potremmo continuare. Marco Minniti ha preso di petto la questione immigrazione, ma le notizie che vengono dai campi della Libia sono agghiaccianti. Equitalia non c’è più, ma la lotta all’evasione fiscale è ancora tutta da vincere. Il deficit di bilancio registra perfino un avanzo di gestione, ma non si riesce a contenere l’immane debito pubblico. Il sempiterno caso Ilva è stato aggredito, ma per chiudere la partita ci sarà forse bisogno di un intervento in extremis di un governo che non c’è ma c’è (e lo stesso vale per l’Alitalia in vendita o per la missione militare in Niger). Perfino sulle pensioni, da sempre scoglio arduo di ogni esecutivo, è stato trovato un accordo con due sindacati accettando pure di rompere con la Cgil.

Insomma, molte cose sono state fatte e pur di arrivarci Gentiloni è ricorso
alla fiducia 31 volte in un anno. Sempre ben attento a non cadere perché un premier sfiduciato non poteva pensare di tornare in Parlamento dopo le elezioni a cercare una nuova maggioranza... Ma questa, come si usa dire, è tutta un’altra storia. Di domani.

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