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Così Paolo “il tranquillo” ha cambiato Palazzo Chigi

Chiamato a guidare il governo dopo il flop al referendum costituzionale. Bollato come “prestanome” del predecessore. Ora è l’ancora di salvezza del Pd

C’è stato un momento, verso la fine del 2012, in cui Paolo Gentiloni sognava fortemente di fare il sindaco di Roma. Sapeva di non avere grandi possibilità nelle primarie del Pd, contro Marino e Sassoli, ma aveva deciso comunque di andare avanti: i più smaliziati lo vedevano come un calcolo politico – rendersi un referente dell’area renziana – e invece dietro c’era di più. C’era l’idea che, dopo anni di onorato servizio nella band (Campidoglio, Palazzo Chigi, Montecitorio), fosse arrivato il tempo di concedersi un disco da frontman: magari l’ultimo, perché alle persone più vicine parlava già, con il suo solito tono semiserio, dei futuri anni da pensionato insieme alla moglie Manù.

Si era già tirato fuori dalla corsa alla Regione Lazio, quando lo contattarono perché sembrava che Zingaretti fosse il candidato al Comune di Roma: l’idea era comunque quella di proseguire in Parlamento, con un posto nel listino insieme agli altri leader del Pd, a meno che non accadesse l’impossibile, ovvero l’elezione a sindaco.

L’impossibile non accadde, e così Gentiloni si ritrovò sullo sfondo: i bersaniani davano le carte, Enrico Letta era riserva della Repubblica e la definizione più tenera per l’attuale presidente del Consiglio era “l’ex portavoce di Rutelli”. Si respirava un’aria di palingenesi – due parlamentari alla prima legislatura venivano eletti presidenti di Camera e Senato, mentre i Cinquestelle portavano apriscatole in Aula – e nessun bookmaker sano di mente avrebbe mai aperto le scommesse su di lui. Finché non piombò Matteo Renzi, prendendosi prima il partito e poi il governo.

A volte la vita è un flipper, e fu una palla di flipper a portare Gentiloni alla Farnesina: Renzi aveva stravinto le Europee mentre i partiti socialisti dei Paesi vicini prendevano mazzate, e siccome il Ppe non aveva i numeri per governare da solo c’era spazio, a Bruxelles, per un’alta carica indicata proprio da lui. Che scartò varie opzioni, fra cui D’Alema, e scelse Federica Mogherini, scoprendo così la casella di ministro degli Esteri; sui giornali giravano altri nomi, ma Mattarella pretese una figura d’esperienza. E Paolo Gentiloni, membro della Commissione Esteri della Camera dei deputati, si trovò al posto giusto al momento giusto.

Renzi era tranquillo, perché non vedeva in lui un concorrente: mai gli avrebbe fatto ombra, per indole e per lealtà. Ma la palla da flipper continuò a girare, e tutto cambiò nel giro di due anni: la luna di miele renziana con gli elettori finì, perché l’Italia si innamora e si disinnamora in fretta, e quell’uomo forte e deciso che a maggio 2014 tutti volevano, era diventato un pericolo pubblico a dicembre 2016, quando in molti votarono contro la riforma costituzionale proprio per toglierlo di mezzo.

Serviva un nuovo governo, e chi meglio di Gentiloni avrebbe garantito a Renzi la continuità? Chi, meglio di Gentiloni, avrebbe raffreddato un po’ i toni, dopo una campagna elettorale referendaria sopra le righe? Ecco allora l’incarico da parte del presidente Mattarella, e le prime reazioni di pancia: è il governo Renzi-senza-Renzi, è il burattino, è il prestanome.

In pochi, a dicembre 2016, avrebbero creduto allo scenario attuale, alle voci che danno Gentiloni premier anche nella nuova legislatura se la situazione politica non sarà ben definita: un anno dopo nessuno lo considera più una marionetta, nessuno confonde il suo aplomb istituzionale con mancanza di personalità. C’era bisogno di un cambio di stile, dopo un’overdose di personalismo, ed è bastato questo per calmare gli animi: non è un caso che gran parte della battaglia politica delle opposizioni, soprattutto destre e Cinquestelle, oggi bypassi il governo e vada direttamente su Renzi, l’unico capace di catalizzare sentimenti forti nel bene e nel male, anche se a Palazzo Chigi non è più da un anno.

Lo scenario attuale, per dirla con la battuta di un esponente Pd in Transatlantico, è che «Paolo governa e Matteo prende gli schiaffi». Quanto possa durare ancora una convivenza del genere è difficile da dire, perché il caso Letta ha dimostrato che non governi a lungo se hai il segretario del tuo partito contro;
ma nel frattempo sono cambiate molte cose, e la principale è che oggi il Pd ha perso parecchia forza contrattuale. Siamo tornati, fino a prova contraria, nell’era dei governi del presidente, e non è un mistero che a Mattarella Gentiloni piaccia parecchio.

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