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Il populismo provinciale mette a rischio il pianeta

L'opinione

La sforbiciata di Trump al budget delle Nazioni Unite è una ritorsione alla risoluzione del Palazzo di Vetro di condanna alla dichiarazione del presidente statunitense di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. La guerra in questo caso è diplomatica e allo stesso tempo annuncia l’attuazione della strategia “America First”, promulgata dall’attuale inquilino della Casa Bianca in campagna elettorale. Pericolo nordcoreano, competitività economica con la Cina e la sicurezza delle frontiere con il mondo latinoamericano sono le emergenze e le sfide che l’era di Donald Trump ha identificato quali primarie, il resto è “noia”. Purtroppo, è l’inizio di una nuova strada che autoesclude gli Stati Uniti dal resto del mondo. Siamo difronte alla pratica di un populismo provinciale, incapace persino di accorgersi dei problemi reali, dalla povertà agli squilibri sociali, pur di rivendicare la superiorità della propria nazione sugli altri. È la rivincita al sogno democratico di Barack Obama, accusato di aver stipulato accordi internazionali che hanno danneggiato l’America, dal clima al nucleare iraniano. È la vittoria degli interessi economici, talvolta del singolo, rispetto al bene comune. È un vicolo cieco. Come la decisione di Trump di ignorare i cambiamenti climatici dalla sicurezza nazionale, un errore grave: basato su falsità e propaganda.

Non riconoscere che il riscaldamento globale è già una minaccia alla sicurezza dei cittadini statunitensi, è un atto deprecabile e ingiustificabile. L’isolazionismo trumpiano arriva persino a mistificare l’ovvietà: i cambiamenti climatici sono un problema globale e gli effetti devastanti non hanno confini, non si fermano davanti a muri di cemento. La strategia trumpiana è parte di una tendenza preoccupante che mette a rischio il pianeta. Siamo all’ultimo capitolo della saga degli scettici e dei negazionisti del climate change per circoscrivere e delegittimare l’azione internazionale. Eppure, basta riportare alla mente le immagini di distruzione provocate dagli uragani che hanno spazzato le coste della parte meridionale statunitense e i Caraibi in questa “pazza” estate. Irma e Harvey sono soltanto le ultime tempeste che hanno colpito con intensità inaudita gli Stati Uniti. In quasi due decadi di “super storm” che hanno messo in ginocchio città, contee e stati. Recentemente alcuni studiosi hanno confermato che, ad esempio, gli effetti dell’uragano Harvey sono stati peggiorati considerevolmente dal riscaldamento globale. E che la probabilità di ripetersi per questa tipologia di eventi è strettamente influenzata dall’emissione di gas serra nel pianeta.

Il passo falso dell’amministrazione americana non deve essere sottovalutato, gli Usa sono il primo Paese per emissione di gas serra, un loro abbandono dei parametri e delle politiche di contenimento dell’inquinamento atmosferico comportano da parte del resto del mondo una maggiore attenzione e un rinnovato impegno. Il tormentone di Trump, in pieno delirio di onnipotenza, è che non vuole recedere di un metro in una guerra all’ambiente, e a Obama, che ha assunto i contorni del conflitto personale. Un confronto politico dove sono in ballo fondi per 2 miliardi di dollari alla green economy. Trump fugge dall’idea che sia necessario uno sforzo comune, negando l’approccio multilaterale, rifiutando di accettare negoziati e trattati, da Parigi a Bonn, che hanno sancito la risposta condivisa del mondo al problema.

Sarebbe opportuno far capire a Trump che con la sua ossessione per il clima e per la green economy la produzione di plastica aumenterà del 40%, recando un inquinamento permanente all’ambiente e alla salute dell’uomo. Basterebbe ricordare al Tycoon che con i fondi di tutti, anche i nostri, non solo quelli dei cittadini americani,
è stato finanziato l’accurato studio che ha certificato la “morte” di quasi la metà della barriera corallina della Florida, una mappatura pagata dall’Onu e durata anni. Un grazie da parte di Trump sarebbe il minimo, ma è insperato.

@degirolamoa

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