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Stagione dell'instabilità nell'era dei leader fragili

L’instabilità non è certo una novità per il sistema politico italiano. Ma le elezioni del prossimo marzo potrebbero aprire una stagione di inedita incertezza, nella quale ogni possibile fattore di ancoraggio pare venir meno. A partire dall’elemento che forse maggiormente ha esercitato una funzione di stabilizzazione, negli ultimi 25 anni: la leadership.

Nelle diverse fasi della storia repubblicana i governi sono sempre stati, per diverse ragioni, stabilmente traballanti. Nella Prima Repubblica, la costante precarietà di Palazzo Chigi era bilanciata (e spiegata) dalla forza dei partiti e, in particolare, del partito: la Dc, stabilmente al governo. L’avvento dell’alternanza, nella Seconda Repubblica, si è associato a una maggiore durata degli esecutivi: non a caso, il record di longevità è del secondo dei quattro governi Berlusconi, fra il 2001 e il 2005. Proprio la “colla” rappresentata dalla leadership del Cavaliere ha tenuto insieme uno dei due blocchi sui quali si è retto il sistema. Favorendo un processo di aggregazione anche sull’altro versante dello spettro politico. L’instabilità, in questa stagione, è stata generata soprattutto dalla litigiosità dei partiti, all’interno di coalizioni costruite per vincere ma spesso incapaci di governare.

La fine del governo Berlusconi IV, nel 2011, consumato dagli scandali personali e dallo spread, apre una nuova fase di elevata instabilità. Nella quale sono ancora una volta i leader a puntellare il sistema. È l’epoca di Mario Monti e della sua squadra di tecnici, il cui governo è però anche un governo “del Presidente” Napolitano, così come la successiva (e più breve) esperienza del governo Letta.

Arriviamo così ai 1.000 giorni del governo Renzi. A molti, sia tra i detrattori che tra i fan, è parso il preludio a una lunga fase di egemonia. Ma, dall’auto-rottamazione del 4 dicembre 2016, il segretario fiorentino è in caduta libera: nel consenso personale e nelle quotazioni elettorali del suo partito.

Nello scenario fluido di questa campagna elettorale, si crea allora lo spazio per l’eterno ritorno del #LeaderEterno: Silvio Berlusconi. Il suo centrodestra sembra l’unico soggetto in grado di realizzare il “miracolo” di una maggioranza parlamentare. A differenza del passato, tuttavia, anche Berlusconi sembra lontano dal poter offrire una prospettiva di unità, al centrodestra, e di stabilità, al Paese. Se non altro per questioni anagrafiche.

E oggi si trova alle prese, dentro il suo stesso campo politico, con il fattore di de-stabilizzazione rappresentato da Matteo Salvini. Il cui progetto poggia, a sua volta, su fondamenta molto fragili: l’idea di portare la Lega (Nord) al Sud, trasformandola in un partito nazionale. Per questo il leader di Forza Italia ha aperto, per primo, alla possibile prosecuzione dell’attuale governo. Gentiloni: il provvisorio che può diventare stabile. Il traghettatore che, secondo alcuni, può diventare comandante. La cui nave, tuttavia, rischia di essere eternamente in balìa delle acque agitate di un Nazareno di governo.

Berlusconi e Renzi presenterebbero questa soluzione come ultimo argine verso un successo del M5S. Soggetto politico perfettamente a suo agio nello scenario attuale. Prospera nell’instabilità, il M5S. Di più: è liquidità e instabilità elevate a sistema. Così come la sua guida (ufficiale): una leadership “a tempo”, quella di Luigi Di Maio. Subordinata al potere (solidissimo) della Casaleggio associati. E destinata a concludersi al termine della prossima legislatura. Almeno nella sua espressione parlamentare. Almeno in base alle regole di oggi, a loro volta “in movimento”.

Eppure, in Europa, l’unico punto di equilibrio (instabile) sembra essere offerto dai capi di governo: è così nella Germania di Angela Merkel come nella Spagna di Mariano
Rajoy. Passando naturalmente attraverso la Francia di Emmanuel Macron: unico Paese il cui sistema istituzionale sembra dare solidità a una leadership forte. In Italia, in questo momento, sembrano mancare entrambe le cose.

@fabord

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