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Rapporto Censis: la ripresa c'è ma cresce l'Italia del rancore

Il ceto medio fatica e si chiude in se stesso. Crolla la fiducia nella politica. Aumentano i poveri assoluti: 4,7 milioni (+165% sul 2007)

ROMA.  La ripresa economica c’è, la produzione industriale vola, ma 4,7 milioni di persone vivono ancora in povertà assoluta. Lo riporta il Censis nel 51° Rapporto annuale sulla situazione sociale. Rapporto che da un lato sottolinea come, dopo anni di crisi, l’Italia stia iniziando a vedere la luce, dall’altro mette in evidenza un Paese ancora in difficoltà e con poca fiducia nella politica.

Il declassamento è “il nuovo fantasma sociale”, si assiste alla polarizzazione dell’occupazione, con un rilancio delle professioni intellettuali (+11%) e di quelle meno qualificate (+11,9% dal 2011 al 2016) a scapito del ceto medio. Corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni come i viaggi e la cultura, ma buona parte del Paese rimane indietro e così cresce il rancore. La politica rimane «intrappolata in un quotidiano “mi piace”» sui social network, mentre i poveri sono aumentati del 165% rispetto al 2007. Ed è per questo che, sottolinea il Censis, cresce il rancore. «Un rancore polverizzato – afferma il segretario generale, Giorgio De Rita – che trova nei social e nella tecnologia una sponda» e contro il quale «una società deve trovare gli anticorpi».

La politica si divide. «È devastante» per Luigi di Maio del M5S, il dato sulla povertà: «Le politiche dei bonus e delle mancette per le famiglie hanno fallito». Dal rapporto, afferma Giulio Marcon di Sinistra Italiana-Possibile, emerge «una situazione disastrosa frutto di politiche economiche sbagliate». «Stiamo dalla parte della speranza contro la rabbia, dell’impegno contro la protesta», chiarisce il leader dem Matteo Renzi, mentre secondo Antonio De Poli (Udc), «la sinistra ha fallito».

Per adesso tutti gli indicatori, a eccezione degli investimenti pubblici (-32,5%), confermano la ripresa economica e il ritorno dei consumi, cresciuti del 4% negli ultimi tre anni. Si spende di nuovo in cultura, parrucchieri, prodotti cosmetici e trattamenti di bellezza, pacchetti vacanze (il 10, 2% in più nel biennio 2014-2016). Ma si accentua il divario tra chi ha compiuto il balzo in avanti e una maggioranza che è rimasta indietro: «Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore». Infatti l’87,3% di chi appartiene al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e il 71,4% dei benestanti. La crisi del lavoro si traduce anche in una crisi dei sindacati tradizionali: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere.

Il più forte squilibrio di questa ripresa ineguale, denuncia il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, è il «de-giovanimento» del Paese: «La riduzione del peso demografico dei giovani è una miccia accesa che sta per accendersi in futuro». Gli over 64 infatti hanno superato i 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione, mentre le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva.

Sempre più persone vanno all’estero. Ci sono città come Roma e Milano che segnano un “più” per numero di abitanti,

altre al Sud – Napoli, Palermo e Catania – che vivono «un vero tracollo» del Pil. In questo contesto resiste un mito vecchissimo: il posto fisso, al primo posto per il 38, 5%». Che a sorpresa si piazza al secondo posto anche per la fascia più giovane. Quasi a pari merito con lo smartphone.

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