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Rifondazione leghista, il "Grande Nord" per Bossi

L'opinione

Rifondazione leghista: chi l’avrebbe immaginato? Un movimento nato per fare la rivoluzione mai fatta partorisce dalla sua pancia una corrente uguale e contraria in difesa del proprio fondatore. Come la Democrazia Cristiana, con le dovute proporzioni, quando si frantumava dando vita ad affluenti rispetto al corso del grande fiume.

È nata una formazione ruspante, “Grande Nord”. Presenterà sue liste alle elezioni regionali e nazionali. All’ombra dell’inedito battesimo c’è un clamoroso divorzio: tra Umberto Bossi e Matteo Salvini. Il secondo è convinto che la Lega sia cresciuta abbastanza da darsi un profilo italiano e prendere voti a sud del dio Po. Nell’estremo sud: in Sicilia ad esempio. Il primo è sicuro che comunque vada sarà insuccesso: la questione settentrionale irrisolta continua a essere il pane. Il sovranismo del segretario felpato al massimo è un dessert. Magari rancido.

Ma alle spalle del “Grande Nord”, che per compare d’anello ha Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, fedelissimo del Senatur, pilota del Cerchio Magico materializzatosi a Gemonio dopo l’ictus del Capo, c’è un altro dissidio, questo sì sorprendente: Salvini ha mandato giù le vittorie di Maroni e di Zaia nei referendum per il Lombardo-Veneto più autonomo, ma il boccone gli è rimasto nell’esofago. Allo stomaco non è mai arrivato.

Non sono divergenze parallele tattiche come ai tempi di Moro e Andreotti. Questo è uno scontro fratricida bell’e buono esploso giorni fa quando Bossi pensava di poter contare ancora su due accompagnatori, pagati da via Bellerio, per recarsi a Montecitorio e improvvisamente si è ritrovato a piedi. Solo con la sua disabilità, con i guai procuratigli dai due dei suoi figli, con la sentenza che l’ha condannato in primo grado per i fondi del finanziamento pubblico investiti in Tanzania e non in Padania dal misterioso faccendiere Belsito. Nonostante la malattia invalidante, il Senatur non poteva non sapere: così dicono i giudici.

Vendetta, tremenda vendetta, dunque, contro il padre-padrone scaricato come fosse l’ultimo dei fattorini, non il benefattore di tanti “signori nessuno” tramutati in principi. Deputati, ministri, dirigenti Rai. Gianni Rodari ci avrebbe tratto la morale di una favola.

Del Pd che si fa male richiamando dalla tomba politica Silvio Berlusconi, si sa tutto da anni. La sinistra non sa stare al governo. Crea leader e poi li cuoce a fuoco lento. Della Lega che si slega – occhio: i bossiani sono ancora numerosi quanto meno per gratitudine – sanno solo quanti seguono il movimento dagli albori. Umberto cominciò col far fuori suo cognato, il marito della sorella: più che fargli ombra, gli dava fastidio. Poi liquidò l’unico intellettuale che avrebbe potuto dare senso compiuto alle imprese di strani personaggi che imbrattavano di vernice verde i cavalcavia delle autostrade prendendosela con Roma ladrona. Arrivò anche a non sopportare l’ascesa del vecchio compagno di merende Roberto Maroni, da lui proclamato ministro dell’Interno nel primo governo del Cavaliere. Che una torta in faccia venisse scagliata dal boy scout Salvini, Umbertone non se l’aspettava. Il segretario spiega la revoca della scorta sanitaria: «Non abbiamo più soldi. Ci hanno confiscato tutto». Bossi non gliel’ha mandata a dire, gliel’ha detta: «Togliere il Nord dal logo della Lega è una stronzata. Quello lì non sarà mai premier». La fatwa resterà lettera morta negli equilibri del centrodestra? Il Grande Nord è, per ora, un’espressione suggestiva uscita dal covo carbonaro di Busto Arsizio.

Reguzzoni ha l’appoggio di un grande vecchio del Carroccio, Giuseppe Leoni. Lui, da

addetto al culto cattolico nel Carroccio originario, non sopporta l’oltraggio alla dignità di un leader malato. Berlusconi dice da tempo che le porte ci casa sua sono aperte per l’ex nemico Umberto. Forse anche quelle dei suoi forzieri.

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