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Leopolda. Tra Obama e Macron si delinea l'identità dem

L'opinione

Dalla Leopolda, Matteo Renzi manda a dire a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema: il nostro partito, che fino a qualche mese fa era anche il vostro, si chiama “democratico”, non “comunista” e nemmeno “socialista”, ricordatevene. Un messaggio altrettanto inequivocabile raggiunge Silvio Berlusconi, impegnato a Milano nella contro-Leopolda di destra: noi ci rivolgiamo a quanti la società dimentica e abbandona per strada, voi a chi sta al calduccio in casa. E non fa sconti all’ultimo competitor in ordine di tempo: Luigi Di Maio è il leader di un movimento che sta fallendo ovunque, da Roma a Torino, da Livorno a Bagheria.

L’ottavo appuntamento novembrino a Firenze dei fedelissimi dell’ex sindaco e premier è il primo dalla scoppola del no al referendum costituzionale del 4 dicembre eppure, per paradosso, è quello che chiarisce meglio la natura del Partito Democratico dopo quattro anni di segreteria renziana. Gli interlocutori ai quali fare riferimento sono, da oggi e definitivamente, il Democratic Party obamiano per l’attenzione alle fasce meno fortunate della popolazione e ai diritti civili, l’En Marche! di Emmanuel Macron per il rapporto dialettico con l’Europa e le politiche economico-finanziarie volte alla crescita, non all’austerità.

L’intervento del segretario chiude la tre giorni di testimonianze, proposte e dibattiti nella stazione primo-ottocentesca del Granduca Leopoldo, allora esempio di straordinaria innovazione. Ma l’identikit del “nuovo” Partito Democratico, senza più la minoranza di sinistra-sinistra che in odio a Renzi ha preferito andarsene, si va via via formando intorno ai tavoli di discussione e nelle storie affastellate sul palco. Più delle parole del segretario nazionale è dunque utile sentire quelle delle seconde e terze file e dei militanti. Nessuno rinnega le radici del Pd, che s’affondano nel fertile terreno del Pci o s’attorcigliano ai resistenti tronconi della Dc, ma dopo una traversata di dodici mesi politicamente drammatici viene il momento dell’orgoglio e della coesione. Orgoglio di quanto fatto nei mille giorni di Renzi e negli oltre trecento di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

Due, al proposito, le voci esemplari. Teresa Bellanova, per decenni sindacalista cigiellina dei braccianti pugliesi, adesso viceministro allo Sviluppo Economico con delega alle più rognose vertenze aziendali, grida: «Con le nostre scelte concrete abbiamo cambiato il volto del paese, che era stato consegnato ai tecnocrati. A chi vuole mettere il cappello sulla sinistra, dico: leggete Di Vittorio, Lama, Trentin. Noi abbiamo avuto il coraggio di stare dalla parte degli ultimi con riforme come quella contro il caporalato». Standing ovation.

Un democristiano a vita come Dario Franceschini, ministro del Beni culturali, reclama per sé e il Pd l’aver riportato la cultura tra i motori del sistema paese. La sintesi arriva dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori, prima uomo chiave di Mediaset, poi renziano della seconda ora, che spiega come dalla sua candidatura a guidare la Regione Lombardia dopo 22 anni di maggioranze di destra possa venire un cambio di passo per l’area più avanzata del paese che resta, tuttavia, teatro di disuguaglianze.

La coesione è conquista più difficile. A darle concretezza sono i racconti dei militanti, impegnati a raccogliere consenso nei luoghi di lavoro, nel volontariato, nelle scuole e nelle università, e di chi vive ogni giorno gli effetti dei ritardi nell’assistenza, nella ricerca, nella sicurezza. E lotta per recuperarli.

Come accade in casa dei democratici americani e in quella dei “macronisti”, dalla Leopolda il Pd assicura di voler dare spazio a esperienze tanto diverse quanto convergenti sugli obiettivi. Non ha alcuna intenzione, invece, di darne a chi pone come
condizione dell’unità l’uscita di scena del segretario, magari attraverso un passaggio del tutto inutile ma fortemente simbolico come il ripristino dell’articolo 18. Da oggi, la più incerta campagna elettorale della Repubblica comincia davvero.



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