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Non una di meno, femministe in piazza contro la violenza di genere: «Abbiamo un piano»

Il 25 novembre a Roma nuovo corteo di “Non una di meno”, che presenta il piano contro la violenza di genere. Parla Giulia Paparelli, una  delle redattrici della versione finale: «Bisogna educare all’infinità delle differenze»

ROMA. «Contro la violenza di genere, abbiamo un piano». Suona quasi rassicurante lo slogan del movimento transfemminista “Non una di meno”, nato sull’esempio della marcia delle donne argentine. Dopo aver portato in piazza più di 200mila persone l’anno scorso, hanno partorito un documento di 57 pagine, frutto del lavoro di migliaia di persone di genere, estrazione sociale e idee politiche molteplici. Un piano contro la violenza che, a differenza di quelli istituzionali, passa per una visione complessiva e per il cambiamento della società: dall’educazione al lavoro, dall’ambiente alla sanità. Domani le transfemministe saranno di nuovo nelle strade di Roma, in piazza della Repubblica alle 14. Giulia Paparelli, educatrice in un asilo nido, è una di loro. Ha fatto parte del gruppo delle trenta redattrici che, nella fase finale, ha messo il piano nero su bianco.

Quali sono le misure che avete previsto?

«Per sconfiggere una violenza che è sistemica, non bastano i finanziamenti ai centri anti-violenza che pure sono necessari. Perché significa avere solo un approccio ex-post, per noi la prevenzione è fondamentale. Bisogna agire nel mondo della scuola, cambiare nei giovani l’immagine delle relazioni, del ruolo della donna, dell’amore romantico, della famiglia tradizionale come nucleo chiuso. Bisogna educare all’infinità delle differenze senza mettere steccati sul genere, la provenienza geografica, o la disabilità».

Rivendicate anche delle narrazioni mediatiche diverse?

«Sì, perché quando il tema viene affrontato la donna è sempre vista come vittima o addirittura viene colpevolizzata. Vorremmo che emergessero le storie delle donne che reagiscono, che riprendono in mano le loro vite. Darebbe coraggio a tutte quante».

Come avete scritto il vostro piano?

«In cinque assemblee partecipatissime, ad una siamo arrivate a 1.200 persone. Ci siamo divise in tavoli e abbiamo dato vita ad una mailing list nazionale. Nell’ultima assemblea di Pisa è stato selezionato un gruppo redazionale di trenta persone, di cui ho fatto parte. Abbiamo lavorato online, con chiamate skype e altro, nei ritagli di tempo delle nostre vite, soprattutto di notte. Diciamo che è stato un piano vampiro e non sono mancati i conflitti da mediare. Ma nessuno aveva mai fatto una cosa del genere, che io sappia».

Come giudicate l’impegno delle istituzioni per il contrasto alla violenza di genere?

«Insufficiente,

ma non è un problema di impegno, è un problema di approccio. Sono le riforme sbagliate della scuola e del lavoro che ci tolgono diritti, è lì che nasce la violenza di genere. All’interno del patriarcato, in un sistema complessivo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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