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Fine vita. La lezione del Pontefice che cerca il dialogo

L'opinione

La premessa indispensabile, per capire le parole del Papa di ieri sul fine vita, è che non si tratta di un problema dottrinale, perché la dottrina della Chiesa in materia non è cambiata, ma piuttosto di atteggiamento. Francesco cerca sempre ponti – anche quando parla di quei temi che qualche anno fa avevano l’esclusivo epiteto di “non negoziabili”, come se invece la giustizia sociale si potesse contrattare a seconda delle latitudini o dei periodi storici – e ogni volta produce un duplice effetto: avvicinare i lontani, chiamati a dare il proprio contributo in un clima di dialogo e condivisione, e provocare insofferenze in una parte del mondo cattolico, quella che vorrebbe un Papa armato di bazooka di fronte alle minacce di una società che ha smarrito i valori.

Il messaggio inviato da Bergoglio alla Pontificia Accademia per la Vita ripete cose che la Chiesa dice da tempo, anche se soltanto ora qualcuno se ne accorge: che l’accanimento terapeutico, cioè, non è una cosa buona, e che anche la medicina deve fare i conti con la «soglia del limite umano supremo». È lo stesso principio per cui la dottrina cattolica mette limiti alla fecondazione assistita, approvando solo tecniche «rispettose della dignità delle persone»: sapersi fermare di fronte alle soglie dovrebbe essere innato in ogni credente, che vede la propria esistenza all’interno di un piano divino molto più ampio. Non è questione di destra o di sinistra, insomma, ma di visione antropologica.

Ciò che con Francesco è cambiato, però, è il tono. È l’approccio con la mano tesa verso quelli dell’altra riva, che mette in discussione anni di posizionamenti ideologici redditizi anche sul fronte politico. È l’appello a trovare soluzioni normative «il più possibile condivise», da cercare «con pacatezza», «in modo serio e riflessivo», tenendo conto «della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose». Tutto questo vuol dire che il cristiano, anche quando viene eletto in Parlamento, non rinuncia a testimoniare la propria verità, ma la mette sul tavolo e la confronta con gli altri.

Non è un cambiamento di poco conto – per quanto la vicenda italiana interessi relativamente al Papa argentino – anche rispetto alla legge sul fine vita all’esame del Senato. Svariati parlamentari cattolici erano infatti convinti, nei mesi scorsi, che l’approvazione alla Camera sarebbe stata soltanto di facciata, perché poi a Palazzo Madama il testo si sarebbe arenato in Commissione senza mai arrivare all’esame dell’Aula: secondo alcuni di loro la soluzione migliore resta sempre quella della “non legge”, perché eviterebbe uno scontro culturale e permetterebbe comunque di valutare caso per caso. Bergoglio invece è uno che rischia, e che di fronte al diverso non vede il timore di uno scontro ma la possibilità di un incontro: chissà se le sue parole di ieri riusciranno a sbloccare le titubanze di qualche senatore o se invece, verosimilmente, non cambieranno nulla, perché – soprattutto in un clima da campagna elettorale – ogni mediazione su un tema sensibile verrebbe interpretata come un cedimento nell’infinita gara chi è più puro.

C’è poi un altro aspetto, forse sottovalutato, che rende bene l’idea del senso di questo Papa per la politica: è il considerare politico ogni aspetto della vita umana – anche il più intimo e personale, come la salute e la malattia – mettendolo in relazione con gli squilibri economici mondiali. Il messaggio di ieri denunciava l’esistenza di vite di serie A e vite di serie B: una parte piccola dell’umanità che si permette trattamenti sempre più sofisticati e costosi, spesso nemmeno sostenibili da un punto di vista sanitario, e il resto della popolazione senza un’assistenza medica adeguata. Parlava di sanità

pubblica, insomma, denunciando l’ineguaglianza terapeutica «anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura».

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