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Renzi: «Il futuro premier? Decide il Parlamento»

In tv riconosce la sconfitta ma resta ottimista: alleanze per puntare al 40%. Nel Pd c’è chi gli chiede un passo “di lato” con la riconferma di Gentiloni

ROMA. «Sì, dispiace che non ci sia Di Maio. Mi aveva invitato lui. Il nulla, direbbe Gnocchi. È il leader di un partito importante e sarebbe importante che non scappi. Io spero che non accada, ma se diventasse presidente del Consiglio non è che può fare lo spaccone». Matteo Renzi, ospite di Floris a Dimartedì, comincia l’intervista commentando il forfait del vicepresidente della Camera. E ci va giù pesante: «Avrei chiesto volentieri a Di Maio perché ha partecipato solo al 30% delle votazioni alla Camera». Ma è agli elettori che subito si rivolge Renzi che si sente già in campagna elettorale e, ribadisce, che il Pd lo guiderà ancora lui: «Il futuro premier? Lo decide il Parlamento e lo sceglie il presidente della Repubblica. Non ho l’ansia di tornare a Palazzo Chigi». Un nome alternativo? «Uno si chiama Gentiloni, non è andato lì per caso». Ma il nodo rimane quello del flop in Sicilia e su questo punto l’ex premier è stato netto: «In Sicilia è andata male, abbiamo perso, ma – ribadisce – il giudizio sul Pd si dà dopo le politiche». E si passa alle alleanze: a chi pensa Renzi? «A tutti, senza veti» dice il segretario dem, che ricorda di essere stato votato da 2 milioni di persone alle primarie: «La scissione nel Pd c’è stata quando sono state lanciate le primarie, da noi il dialogo e la democrazia interna ci sono. Le scelte di chi è il leader non le prende un signore a cena ad Arcore o un software privato ma il popolo straordinario delle primarie».

L’affondo del segretario, che ammette le difficoltà in cui si trova il Pd («È chiaro che abbiamo molto da recuperare») arriva al termine di una giornata che si apre con una entrata a gamba tesa nel dibattito sulla premiership che agita il centrosinistra dopo il colpo subito alle Regionali. «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta. Qui non si molla di un centimetro» scrive Renzi nella sua e-news. Nulla cambia? Gran parte della minoranza dem ritiene che il segretario debba fare autonomamente un gesto di responsabilità, lasciando subito il campo a Gentiloni per la corsa a Palazzo Chigi e ricompattando il centrosinistra. Renzi da parte sua loda la proposta del ministro della Cultura, Dario Franceschini, di fare primarie di coalizione. E nella sua E-news si dice disponibile ad allargare l’alleanza al centro e a sinistra: «Non abbiamo veti verso nessuno, noi. Ma basta litigi. Se il Pd fa il Pd e smette di litigare al proprio interno possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio, la percentuale che abbiamo preso nelle due volte in cui io ho guidato la campagna elettorale: il 40%, raggiunto sia alle Europee che al Referendum». Il segretario Pd dice di condividere le riflessioni di Franceschini che in un’intervista al Corriere della Sera sostiene che si deve raggiungere «in due settimane», «un’alleanza tra le forze che stanno oggi nel campo del centrosinistra, da costruire in vista delle elezioni politiche», come ha fatto Berlusconi. Né Ulivo, né Unione, ognuno collabori col suo simbolo e il suo leader. «Già oggi siamo in coalizione. E siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra» scrive Renzi. Ma le divisioni interne restano.

Dal capogruppo dei democratici al Senato Luigi Zanda, intervistato su Repubblica, arriva a Renzi la richiesta di valutare la rinuncia alla candidatura, il che significherebbe anche modificare lo Statuto del partito: «Il nostro Statuto prevede che segretario e candidato premier siano la stessa persona. Solo Renzi può spezzare questo legame. Lo ha fatto un anno fa con Gentiloni e ha funzionato, ha fatto bene al partito, al Paese e a Renzi stesso». Ma anche Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera, si presta al gioco di “sfogliare” le figurine. «Abbiamo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile. Ce ne sono tanti...». Il Pd ha cambiato candidato? Rosato frena: «Il candidato
del Pd resta Renzi, legittimato dalle primarie». A criticare la linea del segretario dem ci pensa invece Michele Emiliano «Renzi deve prendere atto che il suo piano di perdere le elezioni in modo controllato, per non perdere il ruolo, non funziona».

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