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Dalle elezioni siciliane un test per le politiche

L’analisi  

Stasera, anzi domani mattina, conosceremo il nome del nuovo governatore della Regione Sicilia. Sì, perché oltre lo Stretto – gestione virtuosa dell’autonomia… – lo scrutinio inizia il giorno dopo. Alle 22 di oggi ci dovremo accontentare dei dati sull’affluenza, già nel 2012 sotto il 50%. E degli exit poll, che, se dovessero confermare i sondaggi, potrebbero delineare un testa a testa. In ogni caso, potrebbero volerci ancora dei giorni per sapere “come” sarà governata la regione. Ciò che appare certo è che l’esito delle dinamiche siciliane condizionerà la corsa verso il voto 2018: ma in che modo?

Il sistema elettorale siciliano assicura l’investitura diretta del Presidente. Ma non garantisce la formazione di una maggioranza a Palazzo dei Normanni. Anche Berlusconi sembra aver ben presente il problema, e ha invocato un voto di massa per il centrodestra, che altrimenti «dovrà ricorrere ad alleanze con la sinistra». Se questo scenario dovesse realizzarsi, il vero riflesso nazionale non riguarderebbe tanto la contesa elettorale in sé, ma la partita che si aprirebbe all’indomani delle Regionali.

Anche per questa ragione, il #LeaderEterno, che sembra vivere una nuova giovinezza, tra promesse mirabolanti e immancabili ombre giudiziarie, ha ripetutamente indicato come vero competitor il M5S. La tenuta del “patto dell’arancino” con Salvini e Meloni potrebbe essere messa a dura prova già dal lunedì siciliano. Nel frattempo, in un paesaggio politico che anche in Sicilia rimane tripolare, la ritrovata unità sembra favorire Nello Musumeci. In una tradizionale roccaforte del centrodestra, la cui spaccatura, 5 anni fa, rese possibile il successo di Crocetta.

La sinistra si presenta invece ancora una volta divisa. Il Pd ha puntato sull’alleanza con i centristi di Ap, e candida il rettore di Palermo Fabrizio Micari. Mentre le forze della sinistra-sinistra si sono compattate sulla lista Centopassi e sul nome di Claudio Fava, provvisto di buona notorietà: quindi insidioso nel confronto interno, che, anche in questo caso, promette di agitare gli equilibri romani. Sulla corsa di Micari grava, peraltro, la pesante eredità dell’amministrazione uscente e del suo travagliatissimo percorso. Non a caso, Renzi si è limitato a un tiepido incoraggiamento da lontano: «vinca il migliore». Mentre, secondo alcune fonti, il Pd locale potrebbe orientare parte del proprio voto (disgiunto) su Musumeci.

A contendere la vittoria al candidato del centrodestra sembra così essere l’altro sconfitto del 2012: Giancarlo Cancelleri, confermato dalle regionarie del M5S. Nell’Isola, del resto, il partito di Di Maio ha uno dei punti di maggiore ancoraggio, e già nel 2012 si era affermato come primo partito. Il voto di oggi rappresenta un ulteriore, cruciale test per verificare la capacità del M5S di misurarsi con una competizione nella quale – seppur in modo molto diverso rispetto a quanto previsto dal Rosatellum – il radicamento locale potrebbe incidere moltissimo. La legge elettorale regionale contempla le preferenze, e i candidati 5Stelle sono pochi e poco noti. Noncurante delle difficoltà sperimentate a Roma, il M5S è però determinato ad assumere la guida di un altro contesto estremamente “complesso”.

Lo conferma la grande mobilitazione dell’ultima settimana. Grillo ha descritto la consultazione come un referendum tra vecchio e nuovo, denunciando il rischio di inciuci. Ma, nel caso di un successo pentastellato, si confermerebbe, a maggiore ragione per una forza “isolata”, il problema della governabilità. E c’è già chi immagina i consiglieri della sinistra pronti a puntellare una giunta Cancelleri.

La triscele siciliana si proietta così sul quadro italiano: le sue tre gambe scalciano nell’arena elettorale, pronte però,
in caso di necessità, a lasciare il campo alla politica delle mani libere. Con almeno due dei “tre poli”, divisi al proprio interno, o tenuti insieme per necessità, già pronti a scomporsi e ricomporsi. Da domani: inizia la lunga campagna per le Politiche.

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