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Catalogna, Puigdemont resta in “esilio” in Belgio

Il leader indipendentista: «Non ho chiesto l'asilo, ma senza la garanzia di un processo giusto non torno». In serata è giallo sul suo rientro a Barcellona, ma a sbarcare all'aeroporto sono due dei suoi ex "ministri". Il 2 novembre l'ex presidente catalano dovrebbe presentarsi davanti al magistrato per rispondere delle accuse di ribellione e sedizione

ROMA. Nel pomeriggio la conferenza stampa per smentire di essere intenzionato a chiedere asilo politico al Belgio e annunciare la volontà di restare a Bruxelles per portare la questione catalana «nel cuore dell’Europa». Poche ore dopo la notizia di una svolta imprevista viene rilanciata dai media catalani: Carles Puidgemont si è imbarcato su un volo Vueling diretto a Barcellona, con arrivo previsto all’aeroporto di El Prat alle 23.20. Ma a mezzanotte l’indiscrezione si rivela infondata: a rientrare sono solo due ex consiglieri della Generalitat: Dolors Bassa (lavoro) e Joaquim Forn (interno). Il “president” deposto resta, come aveva detto, al sicuro a Bruxelles.

Sono le 13 quando Carles Puigdemont e i cinque ministri dell’ex “governo” di Catalogna che lo hanno seguito si presentano davanti a una folla di giornalisti di tutto il mondo e dichiara che si tratterrà in Belgio a tempo indeterminato. «Non sono qui per chiedere asilo, ma per lavorare in piena sicurezza – annuncia il leader indipendentista incriminato dalla giustizia spagnola per ribellione, sedizione e malversazione – Se ci fossero garanzie immediate di un processo giusto, torneremmo immediatamente in Catalogna e saremmo pronti ad andare in prigione».

«Dobbiamo mantenere vivo il governo legittimo della Catalogna» sottolinea, affermando che gli autonomisti catalani sono pronti ad accettare «la sfida democratica» delle elezioni convocate da Madrid per il 21 dicembre. «Noi rispetteremo il risultato di quel voto. Il governo spagnolo farà lo stesso?» chiede, ricevendo in serata la risposta di Madrid: «Ovviamente lo rispetteremo».

Il 48,7% della popolazione, rivela un sondaggio del Centro studi di opinione della Generalitat nel giorno in cui il Tribunale costituzionale spagnolo sospende la dichiarazione unilaterale di indipendenza proclamata a Barcellona la scorsa settimana, è favorevole all’indipendenza. Un aumento del 7% rispetto a una analoga rilevazione di giugno.

La battaglia è «politica, non giuridica» sottolinea Puidgemont in conferenza stampa, chiedendo all’Europa e alla comunità internazionale di «reagire» contro la »repressione» spagnola perché «la causa catalana mette in questione i valori su cui si basa l’Europa». Una mossa strategica, secondo molti osservatori, per “internazionalizzare” il conflitto e mettere in difficoltà Madrid, anche se la portavoce del presidente Jean-Claude Juncker, si affretta a precisare poco dopo: «Sulla Catalogna la nostra posizione resta invariata». Ovvero, si tratta di un affare interno.

La giustizia spagnola si prepara a presentare il conto: Puigdemont e gli altri 13 componenti del “govern” accusati dovranno comparire domani e venerdì davanti al giudice dell’Audiencia nacional Carme Lamela per essere interrogati. Ma il magistrato ordina al “president” deposto e ai suoi di versare entro tre giorni una “garanzia” di 6,2 milioni di euro. In caso contrario, i loro beni saranno pignorati. Se Puigdemont e i “ministri” non si presenteranno, la procura potrebbe chiedere il loro accompagnamento coatto emettendo un mandato di arresto europeo con conseguenze imprevedibili. Chiamati in giudizio per il 2 e 3 novembre anche i sei membri del “parlament”, tra cui la presidente Carme Forcadell, sui quali ha competenza il Tribunale supremo. Il governo belga mantiene le distanze: Puidgemont «sarà trattato come qualsiasi altro cittadino europeo» e non si trova in Belgio

su invito del governo federale, precisa il premier Louis Michel, mentre il presidente del partito nazionalista fiammingo N-va, Bart De Wever, gli tende la mano: «Puigdemont sarà sempre il benvenuto».

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