Quotidiani locali

Russiagate, arrestati gli uomini di Trump

L’ex capo della campagna elettorale Manafort e il socio Gates si consegnano all’Fbi. Il presidente: «Fatti vecchi»

NEW YORK. «Una caccia alle streghe». Così Donald Trump ha definito l’inchiesta sul Russiagate giunta ieri ad una svolta clamorosa. Due massimi collaboratori del presidente si sono costituiti davanti all’Fbi dove hanno preso atto di una dozzina di capi d’accusa fra i quali: cospirazione contro gli Stati Uniti e riciclaggio. Si tratta di Paul Manafort e Rick Gates. Il primo è stato manager della campagna elettorale del tycoon, mentre il secondo è un uomo d’affari molto vicino a Trump. Inoltre i due, Manafort e Gates, sono anche soci in affari. Per entrambi sono stati disposti gli arresti domiciliari con cauzioni da milioni di dollari: 10 milioni per Manafort e 5 per Gates. Anche George Papadopoulos è inciampato nel Russiagate. L’ex consigliere della campagna di Trump per la politica estera, a sorpresa ha ammesso di avere mentito all’Fbi sui suoi stretti rapporti con il Cremlino. Immediata la reazione del presidente Usa affidata, ancora una volta, a Twitter. «Mi dispiace, ma per i fatti per cui è accusato Manafort risalgono ad anni fa, prima che fosse parte della mia campagna elettorale. Con Mosca nessuna collusione». I fatti per cui l’ex collaboratore di Trump è incriminato sono compresi in un arco di tempo che va dal 2006 al 2017. L’inchiesta, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller sta dunque dando risultati concreti. Significa che il presidente è a rischio di impeachment? È prematuro rispondere, come non è ancora venuto il momento di chiedersi se Trump stia pensando di dimettersi.

Paul Manafort, in stato di arresto, dovrà rispondere di dodici capi d’imputazione, il più grave è quello di avere cospirato contro gli Stati Uniti e avere riciclato oltre 18 milioni di dollari attraverso società-fantasma. Li avrebbe usati «per comperare beni, proprietà e servizi negli Stati Uniti», entrate che avrebbe tenuto nascoste al Tesoro e al Dipartimento di Giustizia Usa. Rick Gates che è stato partner in affari di Manafort, deve difendersi anche dall’accusa di avere mentito sul suo ruolo di lobbysta a Washington per conto di entità pro-Mosca in Ucraina. Ambedue, poi, dovranno rispondere di avere mentito, sotto giuramento, alle autorità federali.

Per milioni di americani, che da mesi temono che l’inchiesta sul Russiagate finisca insabbiata, quello di ieri è stato un passaggio fondamentale. Nel primo pomeriggio in un’aula di un tribunale distrettuale di Washington, Manafort e Gates sono apparsi davanti al giudice Deborah Robinson, dimostrazione che c’è la determinazione di indagare se un governo straniero abbia operato in collusione con un candidato alla presidenza degli Stati Uniti per influenzare l’esito elettorale.

L’ex manager della campagna elettorale di Trump ha dichiarato la sua “non colpevolezza” su tutti i capi d’accusa. Anche il suo braccio destro Gates si dice innocente, mentre George Papadopoulos ha patteggiato: alcuni capi d’accusa sono stati messi da parte in cambio di ammissione di colpa per avere fatto dichiarazioni false all’Fbi per quanto riguarda contatti con esponenti vicini al governo di Mosca.

Ora potrebbe esserci un’ulteriore svolta clamorosa se i primi a venire arrestati nell’ambito
del Russiagate decidessero di collaborare: capi d’imputazione “perdonati” in cambio di nomi e prove che altri erano coinvolti. Una delle figure maggiormente a rischio è quella di Jared Kushner, il genero di Trump nonché suo consigliere speciale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Venezia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista