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Così il leghista-rosso sta spiazzando Salvini

E se stesse nascendo una nuova, possibile maggioranza, dopo i referendum, nella pancia di Palazzo Lombardia? Quella tra i due personaggi del momento, Roberto Maroni e Luca Zaia? Si direbbe di no: il primo sogna una “regione speciale”, il secondo, urtando Gentiloni, alza la posta ed esige lo statuto speciale, come in Sicilia e in Trentino Alto Adige. Che è tutta un’altra storia.

No, sta crescendo, udite udite, un dialogo tra la Lega dell’ex braccio sinistro di Umberto Bossi e il governatore Pd dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. All’insegna, non dello strappo arrogante, ma della trattativa ragionevole. Le trombe di Roma già squillano Urbi et Orbi che il 6 novembre si terrà un meeting unico sull’asse Milano-Bologna. Lo benedice dall’alto un uomo di Palazzo Chigi, il sottosegretario Gianclaudio Bressa. E sembra lo sbocco più concreto, a bocce ferme, della domanda che tutti si fanno dopo il voto di domenica scorsa: e adesso? Due gli scenari: un’occasione per i democrat di ricucire le lacerazioni delle settimane che hanno preceduto la consultazione popolare; la conferma che nel Carroccio, dal quale continua a levarsi la voce del Senatur, vinto non rassegnato, il sovranismo di Matteo Salvini è come una pietanza a base di cavoli e cipolle. Resta sulla bocca dello stomaco, emana rigurgiti sgradevoli, non va né su ne giù.

Dell’antico amore di Maroni, che prima di convincersi a seguire Bossi con un barattolo di vernice verde per lasciare slogan secessionisti sui cavalcavia delle autostrade, era non comunista, di più, quasi un demoproletario, si sa molto, ormai. A pensarci bene, tutto fu la Lega delle origini tranne che un movimento rivoluzionario di destra. Basta compulsare le vicende personali del suoi fondatori, Capo in testa. Ma la politica è mobile qual piuma al vento: non si può trasferire la storia nella cronaca, senza schiantarsi. E la cronaca dice tante cose a favore dell’ipotesi che l’ex ragazzo del Viminale si stia guardando intorno con il fiuto di cui è geneticamente dotato. Al netto dei bocconi amari che fu costretto a ingurgitare: Bossi lo mandava ad Arcore a siglare alleanze e poi gliele bocciava platealmente.

Guardiamo i fatti. Maroni, prima del voto, annunciò che se gli fosse andata bene avrebbe chiesto al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, suo probabile competitor nella corsa alla poltrona di governatore lombardo, di accompagnarlo a Roma per chiedere al governo nazionale più competenze e più soldi. Il sindaco di Varese Davide Galimberti, alla guida dei plotone Pd schieratosi per il “Sì”, straccia i dati reali e dice che, secondo lui, nove cittadini lombardi su dieci, sono sinceramente autonomisti. Sta pensando a un posto al sole della capitale in vista delle elezioni politiche? Ha l’età giusta, 41 anni: se non ora quando? Il treno di Renzi, seguito dalla vettura di prima classe occupata dal dissidente Martina, vada dove gli pare. Poi ci sono i deputati del Nord, tra i quali il “leghista rosso” Daniele Marantelli (definizione di Enrico Letta), che alla vigilia del referendum, con distinzioni di pura cortesia, hanno pubblicamente dato una spinta al disegno maroniano.

Morale: un fondamento robusto a un possibile rovesciamento delle alleanze in Lombardia, c’è tutto. Che sia tattica o strategia vedremo presto. Che a Matteo Salvini girino i santissimi, invece, è evidente fin d’ora. Il segretario più che isolato, è disorientato. Zaia lo spiazza con la richiesta di uno statuto speciale: «Non ne sapevo nulla». Maroni lo schiaccia amoreggiando con Bologna, anziché col Regno delle due Sicilie, il Far West di Salvini, e riporta la Lega a cavallo del dio Po. E Berlusconi, al quale Bobo chiese una conferenza stampa congiunta prima di dare la parola agli scalcagnati tablet, ottenendo l’appoggio delle sue antenne in giorni decisivi? La reazione

potrebbe non essere un “vaffa”. L’ex premier e il suo ex ministro sono da sempre legati, non solo dalla fede milanista. In fondo, a questo punto, si tratta di spartirsi una torta. Evitando che ad affondarci le mani avide siano i giovanotti a Cinque Stelle.

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