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CATALOGNA

La fune scappa di mano e riapre ferite mai sanate

Se quello tra Madrid e Barcellona doveva essere un tiro alla fune, pare che adesso la corda stia per spezzarsi davvero. Se era invece concepito come un semplice gioco delle parti, per poi sedersi a un tavolo a trattare, probabilmente è scappato di mano a tutti. In un caso o nell’altro, sembra ormai tardi per tornare indietro: gli errori commessi hanno portato alla radicalizzazione attuale e a una decisione senza precedenti – quella di ricorrere all’articolo 155 costituzionale, ossia al commissariamento – con sviluppi difficili da prevedere. Anche al di fuori della Catalogna stessa.

È una situazione molto complicata per Rajoy, il capo del governo spagnolo, che pur rivendicando di avere sempre agito «con prudenza e serenità» è sembrato, nelle ultime settimane, tutt’altro che prudente e sereno. Le immagini degli scontri del primo ottobre, durante il referendum, hanno fatto il giro del mondo e hanno messo benzina nel motore della propaganda indipendentista: passare come l’Ucraina di turno – obiettivo esplicito di un video diventato virale in questi giorni e ricopiato da un altro che imperversava proprio nei giorni degli scontri di piazza Maidan a Kiev – era il sogno di molti nazionalisti catalani, assurti improvvisamente a difensori della democrazia contro la dittatura e l’oppressione.

Tanto più che due loro leader molto popolari (Jordi Sánchez e Jordi Cuixart) sono finiti anche in carcere, insieme a qualche funzionario locale, e ci è voluto un attimo perché nell’aria aleggiasse il fantasma di Erdogan e della repressione curda. Si è tornato a parlare di franchismo e di dittatura, si sono riaperte ferite che sembravano cicatrizzate da una quarantina d’anni.

La Spagna non è troppo diversa dall’Italia, e lo scontro politico di queste ultime settimane tra Madrid e Barcellona si è giocato soprattutto sul piano emotivo. Rajoy ci ha messo del suo, sbagliando più di una mossa e finendo per attirarsi le critiche anche di chi indipendentista non è mai stato, né sarà mai; Puigdemont ha ottenuto esattamente ciò che voleva, ossia portare la questione al limite e far impazzire lo Stato centrale con il sorriso sulle labbra. Una parte della sinistra ha cominciato a venirgli dietro, pur non condividendone gli obiettivi secessionisti, e il dibattito sulla Catalogna si è trasformato in un dibattito sullo Stato di diritto, sul rispetto del dissenso, su quello stesso rapporto tra governo centrale e autonomie locali che in Spagna sembrava già in via di risoluzione una decina di anni fa.

Ecco allora il grande imbarazzo della comunità internazionale, che all’inizio avrebbe voluto liquidare il tutto come una questione interna alla Spagna ma che ora, con il precipitare degli eventi, è chiamata a prendere posizione. Sta cercando di farlo, fino a questo momento, distinguendo i piani: se da un lato l’Alto commissario Onu per i diritti umani ha chiesto un’indagine indipendente sulle violenze del primo ottobre, dall’altro le grandi potenze hanno continuato a tenere il punto sul piano politico. Sia l’Unione europea che gli Stati Uniti sono schierati con Madrid: Bruxelles difende con forza gli Stati nazionali per non essere spazzata via dal regionalismo; Washington non accetta paragoni tra la Catalogna e quel Kosovo di cui riconobbe immediatamente l’indipendenza, anche per rovesciare la leadership serba.

L’impressione è che, col senno di poi, in molti firmerebbero per riavvolgere il nastro e provare con più convinzione la carta del dialogo. Ma i protagonisti del momento sono forse i meno indicati a trovare un’intesa, se è vero che il capo della Moncloa raccoglieva firme contro lo Statuto catalano già nel 2007 e che il presidente della Generalitat ha dedicato tutta la propria vita alla causa indipendentista. «Se in futuro vorremo capire com’è possibile arrivare a situazioni
che apparivano impossibili», scriveva qualche giorno fa il New York Times, «quello catalano diventerà un caso esemplare: di come due parti che credevano di poter controllare uno scontro a bassa intensità lo hanno trascinato verso l’abisso».

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