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Pd e Banca d'Italia, sfornato un pasticcio ne escono tutti male

Deplorevole. Inopportuna. Ingiustificabile. Improvvida. Maldestra. Si sprecano gli aggettivi a proposito della decisione di Matteo Renzi di portare in aula la mozione del Pd contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. Ma ormai la frittata è fatta, il pasticcio è sfornato e anche se ora si alza al cielo l’indignazione di economisti, intellettuali e di pezzi dello stesso suo partito, resta il fatto che tre quarti della Camera – Pd, grillini, Lega e Fratelli d’Italia e l’astensione di Forza Italia – hanno di fatto già votato contro via Nazionale e il suo massimo vertice. La ferita c’è stata, sanarla sarà difficile. E le conseguenze peseranno a lungo su tutto il sistema.

Da questa storia escono tutti alquanto malconci. Paolo Gentiloni, che si era speso a favore della riconferma di Visco, ha dovuto subire il blitz del segretario. Il quale, alle prime polemiche, ha voluto ricordare che il premier era stato informato di tutto. Vero, solo che la notizia della mozione gli è stata data all’ultimo momento, quando non c’era più niente da fare, e per inciso dalla sottosegretaria Maria Elena Boschi, che per ovvie ragioni farebbe bene a non occuparsi più di banche, banchieri e Banca d’Italia. Non ne esce bene il governo che deve sopportare il paradosso di un attacco sferrato dal partito che ne è l’azionista di riferimento e che per sopravvivere e non andare incontro a una crisi, deve digerire il colpo di mano di Renzi e confermare piena fiducia alla Boschi.

La vicenda ha anche pesanti risvolti istituzionali: in un paese spaccato tra un nord con manie secessioniste e un sud sempre più povero e abbandonato, con partiti frantumati e in grave crisi di rappresentanza, con istituzioni fragili o lottizzate, il Quirinale è spesso chiamato a svolgere un ruolo di supplenza, di equilibrio, di stabilità. E lo stesso vale per la Banca d’Italia, specie adesso che la politica economica passa necessariamente per le istituzioni finanziarie d’Europa. Ebbene, la mozione del Pd prende a cazzotti l’uno e l’altra rendendo incerto e difficile ogni passo successivo. A questo punto le soluzioni possibili non sono molte. Se Visco, dopo la plateale bocciatura, decidesse di dimettersi, significherebbe ammettere la fine dell’autonomia e dell’indipendenza della Banca d’Italia la cui sorte sarebbe stata decisa da un Parlamento che nella nomina del governatore non ha ruolo.

Se venisse confermato al suo posto, invece, si aprirebbe uno scontro plateale tra Gentiloni e Renzi; ma per lo stesso Visco, indebolito del voto, si spalancherebbero le porte dell’inferno, quelle della commissione d’inchiesta sulle banche dove gli stessi partiti che lo hanno sfiduciato cercherebbero di continuare la loro battaglia, inaugurando così sei anni di turbolenze. Se viceversa si deciderà di sacrificare Visco e cercare qualcun altro all’interno della stessa Banca, Gentiloni e Mattarella confermerebbero di aver dovuto modificare la loro agenda per i capricci del segretario del Pd. Il quale, in questo caso, avrebbe ottenuto la sua vendetta personale, ma poco di più. E allora? Chi glielo ha fatto fare? Ne valeva la pena? In molti hanno provato a interpretare la mossa convergendo quasi tutti sulle prossime elezioni alle quali il segretario non vuole presentarsi, come già una volta, portando sulle sue spalle il peso del crac delle quattro piccole banche – tra le quali spiccava la Banca Etruria cara alla famiglia Boschi – dal quale sono cominciate tutte le sue disgrazie: ora attaccando Visco, Renzi scarica ogni colpa sulle autorità che non avrebbero vigilato a dovere e strappa all’opposizione una sicura carta da campagna elettorale. Possibile che per questo obiettivo contingente l’ex premier rischi tanto anche della sua reputazione politica e istituzionale?

Possibile. Specie se a dargli la carica fosse ancora una volta l’antico spirito rottamatore, l’eterna voglia di referendum: con me o contro di me; o me o il sistema. Che stavolta immagina evidentemente di poter cambiare
non con le riforme, ma con colpi di mano, ieri il Rosatellum oggi la Banca d’Italia che si vorrebbe (come il Quirinale?) agli ordini del vincitore. Evidentemente è ancora sicuro di vincere. Capiremo presto se ha ragione o insegue sogni impossibili.

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