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IL COMMENTO 

Il calcio e l’odio social ma per Facebook è tutto a posto

Crescono come funghi pagine e gruppi di tifosi “contro” con termini offensivi. A chi li segnala il Social risponde che quella pagina risponde agli standard. Colpa di un algoritmo, certo. Ma soprattutto di chi delega compiti così importanti a strumenti non all’altezza

Odio gratuito in salsa sportiva, il più becero e deteriore, comodamente a portata di clic su Facebook. Odio a buon mercato legato a gruppi di tifo calcistico che nessuno si preoccupa di rimuovere, neanche i responsabili del social più frequentato e i loro algoritmi “spazzaschifezze” che si sono rivelati inadeguati. Sarebbe però riduttivo dar la colpa a questi procedimenti sistematici di calcolo; meglio puntare il dito sulla disinvoltura con la quale si delegano compiti così delicati a strumenti non all’altezza.

Ho segnalato molti di questi gruppi seguendo le procedure di Facebook e la risposta, dopo qualche giorno, è sempre stata la stessa: «Abbiamo esaminato la Pagina che hai segnalato e, anche se non viola uno dei nostri specifici Standard della comunità, comprendiamo che la Pagina stessa o un contenuto condiviso al suo interno possa risultare offensivo per te». Poche righe più sotto ti dicono in sostanza, “se non ti piace, bloccala, così non la vedi più”. Certo, non la vedi tu ma il resto del mondo sì.

Le più diffuse sono sulla falsariga dell’ultimo tormentone canoro di Levante e Max Gazzé: «Pezzo di me», con quel me che viene abilmente troncato in modo da far capire, utilizzando solo la prima sillaba di quella parola offensiva, ciò che poi sui gruppi e sulle pagine Facebook si trova davvero. Ecco dunque che il gruppo più numeroso chiamato “Juve me...” a ieri aveva 546.851 iscritti ma con tanti gruppi con lo stesso nome che racimolano altre migliaia di adepti. La variante “Juve me... d’Italia” 36 mila. Poi ci sono varianti delle varianti, che mettono insieme milioni di “mi piace”. Ovviamente ci sono gli stessi gruppi dedicati ad altre tifoserie: “Inter me...” ha solo 30mila iscritti solo perché i più sono raccolti intorno a “interista me...” e quel che segue. Poi “Milan me...”, “Lazio me...”, “Roma me...”, “Napoli me...” con tutta una serie di sottovarianti di analogo significato. Poi c’è il capitolo “Odio Napoli”, “Forza Vesuvio”. Quindi “Napoletani me”, “Interisti me”, “Juventini me” e via di seguito.

Li ho segnalati praticamente tutti, questi gruppi, e la risposta è sempre stata quella, automatica. Insomma, per Facebook si può dare del “me” a tutti impunemente. Certo, volendo ci sarebbe sempre la polizia postale, intasata di denunce ancora peggiori. E con la probabile complicazione di dover dimostrare di essere parte offesa solo perché si tifa per una squadra, quando invece questa cosa dovrebbe offendere tutti quanti.

È il Colosseo formato 4.0, l’arena dei gladiatori da tastiera, capaci di nascondersi dietro a un clic e a una valanga di odio che poi si propaga senza più controllo. L’algoritmo lascia passare tutto, magari è lo stesso che blocca il nudo quasi casto di un’opera d’arte o la foto al mare se spunta da lontano un seno che può sembrare scoperto.

In campo sportivo i gruppi di odio sono concentrati sul calcio, anche se timidamente spunta qualche cestistico “Odio la Virtus”, “Odio la Fortitudo” ma con poca presa. Per fortuna.

Tornando alla “protezione” di fatto di queste pagine, c’è da dire che Facebook non esita neanche a proportele fra i “gruppi suggeriti”. In ogni caso, arrivare alla segnalazione è sempre molto complesso, perché dopo il primo passaggio in cui ti viene chiesto di scegliere fra “mi infastidisce”, “fa riferimenti espliciti al sesso”, “è spam o una truffa” e altre opzioni che nulla hanno a che vedere, ecco che arriva quell’“incita all’odio” che più si avvicina alle motivazioni della richiesta di intervento. Dopo aver cliccato, però, le quattro opzioni ulteriori sono poco legate alla realtà: “attacca una razza, un’etnia o una nazionalità”, “discrimina le persone a causa della loro religione”, “attacca in base a genere o orientamento sessuale”, “attacca persone disabili o malate”. Qualunque di queste venga cliccata, comunque, la risposta è sempre quella: «...non viola uno dei nostri specifici Standard della comunità...». L’algoritmo però è gentile e ti offre la possibilità

di spiegare perché non sei soddisfatto della risposta. Scrivi di nuovo ma quello ti ignora. Ed è una resa molto brutta, perché non si sa dove potrà condurre. Di sicuro non verso il meglio.

twitter: @s_tamburini

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