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Nobel per la Pace 2017 a Ican, la difficile strada per evitare l'Apocalisse

La strada dell’abolizione delle armi di distruzione di massa è percorribile. La conferma arriva dal Nobel per la Pace 2017 assegnato a Ican (International campaign to abolish nuclear weapons), la campagna internazionale per il disarmo. Promotori dell’appello al trattato internazionale sul divieto delle armi nucleari, circolato alla recente assemblea Generale dell’Onu. Una decisione quella del Comitato norvegese che premia il boicottaggio alla proliferazione nucleare globale. Affronto politico tanto a Trump quanto a Kim Jong-un, una bacchettata ai due leader invischiati in una crisi diplomatica costantemente sul punto di degenerare. Riconoscimento indiretto all’Alto Rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini per l’accordo raggiunto con l’Iran.

Un tema quello sul nucleare già affrontato in passato dall’accademia di Oslo che nel 1962 consegnò il premio a Linus Carl Pauling, promotore della campagna contro i test nucleari. Onorificenza conseguita nel 1974 da Eisaku Sato premier giapponese che aderì al Trattato di non proliferazione nucleare. E poi ancora nel 1995 la nomina di Pugwash Conferences on Science and World Affairs, organizzazione non governativa ispirata al manifesto pacifista di Albert Einstein e Bertrand Russell. E infine la premiazione del 2005 all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, insignita «per i loro sforzi per impedire che l’energia nucleare venga usata per scopi militari e per assicurare che l’energia nucleare per scopi pacifici sia utilizzata nel modo più sicuro possibile». Una lunga lista di battaglie morali per mettere al bando le armi nucleari.

C’è chi dice che negli ultimi anni il premio si sia trasformato in una riconoscenza alle buone intenzioni, fece scalpore in questo senso la vittoria di Obama. C’è chi invece parla di Nobel maledetto: Martin Luther King, Sadat e Rabin furono assassinati. Una notorietà che indubbiamente non porta molta fortuna politica: Willy Brandt terminò la sua carriera con uno scandalo; Gorbaciov travolto dal golpe; Arafat ha passato gli ultimi anni recluso nella Muqata; José Ramos-Horta presidente di Timor Est è uscito di scena dopo una bruciante sconfitta elettorale. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha perso il referendum per la pace con le Farc. Denunce pesanti hanno riguardato Lech Walesa e Mohammed Yunus, il primo finito nella bufera per spionaggio e il secondo per appropriazione indebita. Accuse che recentemente hanno interessato anche la leader birmana Aung San Suu Kyi per non aver condannato «il trattamento tragico e vergognoso» riservato alla minoranza musulmana dei rohingya. Tante le polemiche che questo ambito riconoscimento si porta dietro, a partire dalla mancata nomina di Ghandi.

Tra le oltre 300 candidature al vaglio del Comitato alcuni dei nomi dei potenziali vincitori per il 2017 avevano ricevuto un alto gradimento: candidato favorito era papa Francesco. Il cui nome era uscito prepotentemente nella vigilia. Mettendo sotto tono altri che circolavano insistentemente: elmetti bianchi siriani, Can Dündar direttore del giornale turco Cumhuriyet e Raif Badawi blogger saudita. Esclusa quindi la guerra civile siriana, dove i volontari di varie associazioni umanitarie che aderiscono alle Forze di difesa civile (Scdf) sono impegnati con il loro casco in testa a salvare vite umane dalle macerie: oltre 100mila persone soccorse dall’inizio del conflitto. Scartata anche la nomina dell’ex direttore del quotidiano turco di opposizione in esilio in Germania. Vittima del presidente Erdogan e della sua politica repressiva nei confronti degli oppositori e della stampa. Speranza illusa per il blogger arabo condannato a mille frustate e 10 anni di carcere per blasfemia.

Non ce l’ha fatta nemmeno
il trio Mogherini, Javad Zarif e Kerry protagonisti del complesso negoziato con Teheran sul nucleare, ripudiato da Trump. Alla fine l’ha spuntata il candidato più inaspettato, sul cui sito campeggia l’invito di Yoko Ono: “Immagina la pace”.

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