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Giovani e tecnologia, l’effetto smartphone che ubriaca il sapere

Ubriacati dagli smartphone, i giovani sembra quasi non sappiano più tenere in mano una penna. A Cambridge, non alle scuole medie di Casalpusterlengo, i docenti si sono arresi agli effetti collaterali di tablet e tastiere: autorizzano gli studenti ad affrontare gli esami utilizzando il computer. Delle due l’una: dare a tutti l’insufficienza, ma sarebbe un boomerang perché uno degli atenei più paludati del pianeta passerebbe per scuola degli asini oppure cedere agli stili di una generazione che non ha cominciato a comunicare con le aste e i cerchietti, assimilando i fondamentali della calligrafia, ma ha conosciuto solo una prassi: digitare.

«Contenuti accettabili, sciatteria nella forma», vergava in fondo al tema d’italiano l’austero professore di liceo, un tipo tutto casa e Divina Commedia. Voto: quattro. Oggi se la caverebbe cosi: compito non classificabile perché illeggibile. C’è di peggio: per quanto sciatta potesse apparire la meglio gioventù degli anni ’60, nessuno, se non qualche interdetto, si sarebbe sognato di scrivere “un’altro” e “vado ha casa” come segnalano docenti universitari condensando in un dossier gli orrori grammaticali intercettati con imbarazzo nelle tesi di laurea dei loro allievi.

Stiamo consegnando alla storia una classe di ignoranti? Assolutamente no. Caso mai di sgrammaticati, ma con un’aggravante: una volta si giustificavano i medici, le cui ricette riuscivano a leggere soltanto i farmacisti, abituati allo sforzo; oggi si prende atto che per figli e nipoti la scrittura è un’arte morta. I ragazzi di ieri mescolavano pensieri e parole con una Bic per diverse ore al giorno. Nel terzo millennio scarabocchiano frasi solo se inchiodati al banco di un’aula davanti a una commissione d’esame.

Salvataggio in corner: scrivere in stampatello. Con le maiuscole è tutto più facile. E sappiamo che le maiuscole avevano un loro codice, non si potevano usare a capocchia, pena sottolineature con la matita rossa. Allora di necessità virtù: andate al diavolo e usate il programma word, devono aver pensato a Cambridge. Almeno i professori non saranno costretti a fare gli straordinari cercando di interpretare l’ostrogoto. Che cosa si perde alzando bandiera bianca? Si perde quello che ci hanno insegnato i grandi scrittori. Ne abbiamo conosciuto uno: Piero Chiara. Compilava le sue novelle con la tecnica dell’amanuense, passava l’elaborato a una segretaria che batteva il testo a macchina, ci tornava sopra con la penna per migliorie e ripensamenti. Solo in questo modo era certo della qualità del prodotto da licenziare e inviare all’editore.

Gli ortodossi della comunicazione scritta invitano a mantenere viva la tradizione, a non concedere alla totalità degli studenti deroghe previste per dislessici e disgrafici. Così si manda alla malora un patrimonio dell’umanità, conquistato a fatica. Certo i nostri ragazzi non parlano, twittano. I pensieri compiuti magari li abbreviano, li massacrano, li storpiano dando vita a una balbuzie, non a un linguaggio, tanto meno a una scrittura. Ma coloro che si sentono accademici della Crusca perché distinguono tra un accento e un’apocope, a quale schiatta di ottimati appartengono? Proviamo a indovinare: appartengono ai portatori insani dell’anti-lingua, alle tribù del burocratese, alle confraternite del “complico ergo sum”. Una civiltà si riconosce dalle sue leggi, dalle sentenze e da come esse sono comunicate ai sudditi che le devono rispettare e applicare.

Bene, sfogliate la Gazzetta ufficiale, leggete le motivazioni di qualche verdetto e inorridirete. Rousseau argomentava che qualunque Stato abbia più leggi di quanti i cittadini
ne possano ricordare non è uno Stato ma un guazzabuglio. Per fortuna non ha fatto in tempo a conoscere legislatori e mandarini di oggi che chiamano “nubendo” chi sta per sposarsi, “reversale” la ricevuta, “teste fidefaciente” un testimone.

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