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Migranti, le cinque rotte per l'Italia in una mappa

Medici per i diritti umani racconta il "lager libico" e lancia la nuova versione del portale "Esodi". Nel frattempo nell'hotspot di Pozzallo c'è un boom di tunisini: a settembre +96% rispetto allo scorso anno

ROMA. «In Libia rispetto ai lager nazisti mancano solo le camere a gas». È la conclusione a cui è arrivato Alberto Barbieri, coordinatore generale dei Medici per i diritti umani (Medu), dopo aver snocciolato una serie di dati tratti dalle 2.600 interviste a persone migranti, che l’associazione ha svolto dal 2014 al 2017 in centri come l’hotspot di Pozzallo o il Cara di Mineo. «L’85% di coloro che sono passati per la Libia - spiega - ha subito torture o trattamenti inumani e degradanti. E nello specifico l’80% è stato detenuto in luogo in pessimo stato igienico-sanitario, il 60% ha patito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 55% gravi e ripetute percosse e in percentuali inferiori, ma comunque rilevanti, ci sono stupri, oltraggi sessuali, ustioni, falaka (la tortura sulle piante dei piedi, ndr), scariche elettriche e supplizi da sospensione. Tutti hanno subito umiliazioni e oltraggi religiosi. Nove su dieci hanno visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni hanno raccontato di essere stati costretti a torturare altre persone sotto minaccia di morte».

Una mappa sulle cinque rotte dei migranti. Medu ha presentato ieri la nuova versione del portale “Esodi” , che diffonde le voci dei migranti intervistati attraverso una mappa interattiva «perché tutti devono sapere quello che succede, non solo noi operatori e addetti ai lavori», spiega Flavia Calò psicoterapeuta e coordinatrice siciliana dell’associazione di volontari. La mappa censisce, tra l’altro, le principali rotte percorse dai migranti nel 2017 per arrivare dall’Africa subsahariana in Italia: sono cinque e tutte passano per i lager libici. Anche quella più orientale che dal Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Sudan, Somalia) conduce in Egitto: da Alessandria, infatti, le partenze sono state del tutto bloccate dal regime di Al Sisi. Le altre partono da Paesi occidentali come Mali, Nigeria, Guinea e Costa d'Avorio, alcune transitano per Niger e Algeria. Qui, la versione navigabile della mappa creata dal team di Medu.


Le partenze dalla Tunisia. Nonostante l'accordo Italia-Libia, la rotta che dal Paese nordafricano porta sulle nostre sponde non è del tutto chiusa, tuttavia tra luglio, agosto e settembre è stato registrato un calo poderoso degli approdi: dai 62.251 dello stesso periodo dello scorso anno ai 21.456 di questo. Nel frattempo nuovi fenomeni riaprono rotte ormai chiuse dal 2011: è il caso della Tunisia e dell’Algeria. Si tratta di numeri per il momento contenuti - 1.357 tunisini sbarcati e 1.062 algerini -, ma in esponenziale aumento rispetto allo scorso anno. «A Pozzallo a settembre sono aumentati del 96% gli sbarchi di tunisini - spiega Stefania Pagliazzo, psicoterapeuta del team di Medu -, è un fenomeno nuovo su cui possiamo solo fare ipotesi. Sappiamo che alcuni partono dal confine con la Libia e parlano di trafficanti libici. Altri invece proprio dalla Tunisia. Ma nessuno arriva dai centri di detenzione, è un tipo di partenza diverso. A quanto sappiamo cambia anche il tipo di imbarcazione, sono più piccole e sbarcano direttamente in Sicilia».

Migranti, Medu: "In Libia i torturatori sfruttano l'accordo con l'Europa" I Medici per i diritti umani (Medu) raccontano il "lager libico" nella nuova versione del portale Esodi. "Ci hanno raccontato che le persone che lavorano in uniforme militare nei centri di detenzione libici gli dicono: noi siamo in accordo con l'Europa o tu mi paghi e io ti faccio passare oppure non entrerai mai in Europa", spiega Flavia Calò coordinatrice di Medu Sicilia (video di Andrea Scutellà)


«Siamo d'accordo con l'Europa, o ci paghi o non entrerai mai». Insomma, quando si chiude una rotta la pressione si sposta altrove. Secondo le stime dell’Oim circa 400mila persone sono bloccate ad oggi in Libia. I centri di detenzione gestiti dal governo di al-Sarraj sono circa 30 e si pensa che contengano tra le 6mila e le 15mila persone. Gli altri sono persi in un buco nero. E anche quelli detenuti nei centri formali non se la passano meglio. «I migranti ci hanno raccontato che persone che lavorano in uniforme militare nei centri di detenzione libici gli dicono: noi siamo in accordo con l'Europa o tu mi paghi e io ti faccio passare oppure non entrerai mai in Europa», spiega Flavia Calò. «In questi centri una volta al mese arriva una visita di osservatori europei. Ma i migranti ci riferiscono che i centri cambiano quando arrivano: le celle si aprono, gli stumenti di tortura vengono messi via», racconta Stefania Pagliazzo.

Gli orrori nelle carceri libiche raccontati dai migranti: le testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani Tripoli, Sabha, Gharyan, Beni Walid, Zawia, Sabratha...I migranti raccontano l'orrore dei campi di tortura e dei centri di detenzione libici, dove nessuna organizzazione internazionale e nessun giornalista ha accesso. Duemilaseicento testimonianze raccolte in quasi quattro anni di cui oltre la metà nel solo 2017. Attraverso i racconti e le video testimonianze dei migranti, i dati e le statistiche, la mappa web interattiva ESODI descrive le rotte migratorie dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa verso l’Italia e l’Europa. Quali sono le conseguenze dell’accordo italo-libico sui flussi migratori ? Quale il suo costo umano? Cosa avviene in questo momento nei centri di detenzione in Libia e sulle piste del deserto in Niger e in Sudan? Da che cosa fuggono centinaia di migliaia di persone? Attraverso la voce di chi è sopravvissuto, "Esodi" racconta il fenomeno umano che più sta segnando il nostro tempo. Giovedi 5 Ottobre alle 11, presso la Sala Stampa Estera, in via dell’Umiltà 83/c a Roma, verrà presentata la mappa, interamente aggiornata, i team di Medu (Medici per i Diritti Umani) che hanno assistito i migranti e raccolto le testimonianze in Italia e Nord Africa assieme ad alcuni protagonisti diretti del viaggio.

Le bande che imprigionano i migranti. I migranti intervistati da Medu riferiscono per il 38% di essere stati prigionieri della banda degli Asma boys, il 27% di soldati o milizie, il 18% dei trafficanti, il 13% della polizia e il 4% dei ribelli del Niger. Alcuni raccontano di prigiorni e centri di detenzione liberati da bande armate rivali e migranti condotti gratuitamente verso il mare. La situazione è fluida: nell'ex Paese di Gheddafi nessuno riesce ad assicurare l'ordine, figurarsi il rispetto dei diritti umani. L’ultima parola è di Moussa, ivoriano sbarcato un anno e mezzo fa, oggi mediatore culturale per Medu: «Posso dire che in Libia c’è un mercato dove si vendono gli africani? Fate qualcosa per i miei fratelli, vi prego».

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