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La campagna elettorale sul sentiero stretto

Il commento

Il sentiero stretto: è questa la metafora più ricorrente, citata spessissimo quando si parla di finanza pubblica, e ieri ribadita da molti degli interventi che hanno preparato la giornata di oggi. Che sarà importante, per la manovra 2018: sia perché il parlamento deve dare il via libera, a maggioranza qualificata, alla decisione del governo italiano di sforare la regola del pareggio di bilancio; sia perché deve approvare la nota di aggiornamento al Def alla luce dei nuovi e più positivi dati sull’andamento del prodotto interno lordo.

Due premesse economiche e politiche che saranno anche il doppio fischio di inizio per giocare la partita vera e propria, quella di una manovra da approvare a campagna elettorale già di fatto iniziata. È per questo che, oltre che stretto, il sentiero di Padoan si presenta affollatissimo. Ciascun partito – e corrente di partito – vuole porre il suo segno. Sia il ministro dell’Economia che la Banca d’Italia quando parlano del difficile sentiero in cui camminare alludono infatti a una strettoia tutta economica, tra due imperativi altrettanto categorici: quello di garantire l’equilibrio dei conti pubblici e quello di rilanciare la crescita.

Per anni una parte della teoria economica ha sostenuto che i due obiettivi non sono in contraddizione, coniando il binomio della “austerità espansiva”. Adesso questa teoria non va più molto di moda e più di uno dei pensatoi dell’economia mondiale l’ha messa in discussione. Il ministro Padoan, senza entrare in dispute teoriche, pragmaticamente vorrebbe fare quel tanto di spesa che serve a dare una spinta all’economia senza aprire un nuovo baratro nei conti. Ma quando a questa strettoia economica si aggiunge quella politica, con la risicata maggioranza di cui gode il governo Gentiloni, le cose si complicano ancora di più. Le misure da inserire nella prossima manovra dovrebbero infatti al tempo stesso dare fiato all’economia, non compromettere il risanamento di bilancio, e in più accontentare tutti.

Il tutto, con poco più di un miliardo. A tanto ammonta, fatti tutti i conti, la somma su cui stanno cominciando estenuanti trattative e voti al cardiopalma. È vero che la manovra 2018 sarà, nel suo complesso, di 19,6 miliardi. Ma la gran parte di questa manovra è già obbligata: ben 15,7 miliardi dovranno infatti andare alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, decise a suo tempo dal governo Monti. Di quel che resta, la maggior parte andrà in provvedimenti di spesa già decisi. Restano circa 1,2 miliardi, dentro i quali il governo vuol far rientrare tutte le politiche “espansive”: lotta alla povertà, competitività, sviluppo. Ossia, l’aumento dei fondi per l’assegno ai più poveri, la decontribuzione per i nuovi contratti e qualche investimento.

E mentre con una mano (piccola) il governo dà, con un’altra deve togliere: se la gran parte della manovra sarà finanziata in deficit, per 10 miliardi, il resto dovrà venire da aumento delle entrate e tagli della spesa. Il primo si affiderà alla lotta all’evasione, contando sul buon successo degli strumenti fin qui messi in campo; i secondi, per quanto piccoli (3,5 miliardi) non saranno indolori soprattutto peri ministeri interessati.

A questa lista, i contendenti, dalla sinistra e dalle parti sociali, stanno aggiungendo altri desideri: l’abolizione del superticket sanitario, misure anti-licenziamenti, il freno all’innalzamento dell’età pensionabile. Quest’ultimo pare tramontare, nonostante la forte pressione sindacale, con la bocciatura netta e congiunta da Corte dei conti e Banca d’Italia. Ma qualcosa Padoan nel discorso di oggi dovrà concedere, per recuperare a sinistra qualche voto. Resta la sensazione di un gioco di posizioni, nel quale si lotta ai margini, per grandezze che in ogni caso non potranno cambiare i numeri dell’economia e del lavoro italiani. Per uscire davvero dalla lunga crisi, servirebbero
infatti investimenti con impatto positivo per tutti nel medio periodo, mentre tutto fa pensare che saranno scelte piccole mance in grado di conquistare consenso in un periodo molto più breve: quello che ci separa dalle elezioni di primavera.

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