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L’implosione spagnola segna la deriva d’Europa

Il commento

La sensazione è che si siano tutti, catalani e governo centrale spagnolo, impiccati alle proprie parole. Con quel meccanismo fatale per cui ci si brucia ponti alle spalle sperando ce ne siano altri davanti salvo trovarsi sull’orlo di un burrone. Ora, dopo i feriti, le manganellate, i proiettili di gomma e i lacrimogeni, i margini di manovra si sono fatti esigui. E pare francamente ridicolo, oltre che farisaico, l’invocare questo o quel cavillo giuridico per ottenere soddisfazione quando sarebbe tempo per la politica nel suo senso più profondo, cioè dell’arte di una mediazione in cui cedere qualcosa per non andare verso la dissoluzione.

Mariano Rajoy, il premier espressione del Partito popolare, la destra, può certo applicare l’articolo 155 della Costituzione e sospendere l’autonomia catalana per punire la regione ribelle. Sarebbe l’ennesimo errore dopo aver minimizzato al ribasso le conquiste che Barcellona aveva strappato al governo precedente, essersi negato al dialogo, militarizzato le piazze e aver offerto la pessima immagine di un potere centrale così “vertical” da spargere il sangue sulla strada. E in una democrazia occidentale, nel Ventunesimo secolo.

Azzardo ancora più grave in un Paese dove, 80 anni dopo, non si sono ancora fatti i conti con la guerra civile perché non c’è narrazione condivisa: il franchismo aveva sparso anestetico sulla memoria e il successivo periodo di transizione non l’aveva rievocata per paura di risvegliare fantasmi. Ma la memoria, anche se a lungo negata, ha sue radici lunghe che riaffiorano, prima o poi, quando certe rivendicazioni devono trovare validazione e ancoraggio nel passato. Così non sorprende che proprio negli ultimi anni sia fiorita una pubblicistica incessante sull’orrore di quegli anni tra il 1936 e il 1939. Annunciava una nuova resa dei conti tra Barcellona e Madrid. Tra repubblicani e realisti. Pure tra sinistra e destra, nonostante il dualismo sia stato ormai scolorato dal nostro tempo di ideologie (e non solo società) liquide.

A sua volta Carles Puigdemont, presidente catalano, può procedere con la dichiarazione d’indipendenza perché spinto dagli eventi. Ma non può non sapere in cuor suo che un referendum già illegale e oltretutto abborracciato e precario è una foglia di fico troppo esigua dietro la quale alzare pretese così esorbitanti come quella di scardinare un regno, squassare confini, mettere a repentaglio dopo la Spagna anche l’Europa.

Perché qui è in gioco un’architettura assai più vasta, segnerebbe la deriva del Continente sorto sui cardini degli Stati-nazione verso frammentazioni regionalistiche basate su argomenti ragionieristici (il gioco di parole è voluto): la volontà dei ricchi di autodeterminare il loro benessere senza nessuna salvaguardia e mutua assistenza per le aree più svantaggiate. Da soli, catalani e governo centrale, sembrano non farcela a risalire i propri torti. E nemmeno sembrano in grado di aiutarli istituzioni europee troppo fiacche (e vigliacche?) per imporre un ritorno alla ragione.

Intanto perché non riconoscono a se stesse l’autorevolezza e poi perché sembrava impossibile ciò che si sta rivelando vero: l’implosione di un Paese-chiave dell’Occidente, pienamente post-moderno e presenza stabile nel nostro immaginario di progresso e felicità.

È questo il contropiede che oggi rende attoniti e che ha causato il ritardo nel pronto soccorso. Si poteva catalogare la contrapposizione come un esercizio di stile, un gioco d’azzardo verbale, fino a quando non c’è stato il sangue sull’asfalto. Fino a quando cioè non è entrata in campo la forza, sempre l’ultima pedina, quella determinante. E ci accorgiamo, adesso, che i “Mossos d’Esquadra”, la polizia catalana, forte di 17mila uomini, possono essere usati come un esercito in nuce da contrapporre alla guardia civil se il braccio di ferro giuridico volgesse in battaglia aperta.

Qualcun prenda per le orecchie i duellanti li riporti a un tavolo, li

faccia tornare a sei anni fa quando un trattato su una più ampia autonomia della Catalogna fu un terreno d’accordo prima di essere cassato da Madrid. E ripartano da lì. Stato federale, confederazione, qualsivoglia formula. Non la guerra.

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