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Referendum Catalogna, il secessionismo incubo delle grandi potenze

Se è vero che negli ultimi trent’anni abbiamo assistito alla nascita di almeno trenta nuovi Stati, a cominciare da quelli partoriti dalle guerre sul territorio della ex Jugoslavia, è altrettanto vero che non si tratta di un rifiorire improvviso del “diritto dei popoli all’autodeterminazione” sancito, un secolo addietro, dal presidente americano Woodrow Wilson. Hanno torto i catalani quando parlano, appunto, di autodeterminazione come motivo fondante del loro referendum separatista che, a dire il vero, sembra sempre di più, per dirla con Gadda, un «pasticciaccio brutto». Brutto perché comunque vada a finire (e noi speriamo bene) è stato una saga dell’anti-politica.

Sia il governo centrale di Madrid che quello della generalità catalana si sono incartati difatti in una escalation nel corso della quale l’uno e l’altro hanno tagliato ogni ponte alle spalle fino ad arrivare al muro contro muro odierno: una situazione che è diniego di ogni politica, visto che la politica è, come sappiamo, arte del compromesso. A parte gli errori contingenti, però, le ragioni malamente difese da un premier inadeguato come Rajoy sono più comprensibili: se Barcellona vincesse, scatterebbe un analogo processo nelle regioni basche, che fino all’altro ieri nutrivano un fiorente terrorismo contro lo Stato centrale. A raffreddare gli animi in Catalogna, fra l’altro, non ha dato una mano, ma neppure un dito, l’Unione europea.

Bruxelles trema infatti all’idea che possa aprirsi il vaso di Pandora secessionista anche nella Gran Bretagna del dopo Brexit. E se la storia giustificherebbe una fuoruscita della Scozia con relativa richiesta di adesione all’Ue, la stessa storia renderebbe drammatico e lacerante una simile svolta delle province dell’Ulster, l’Irlanda del Nord. Qui il regno ha pagato a carissimo prezzo (terrorismo, guerriglia, biasimo di buona parte della Comunità internazionale) la permanenza delle sei contee cattoliche nel grembo di Londra, che sperava di aver chiuso la faccenda con le larghe concessioni autonomiste con cui si arrivò all’accordo del Venerdì Santo del 1998 fra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, reso possibile – quello sì – dalla comune partecipazione alla Comunità Europea. Fischiasse nel vicinato il vento dell’indipendenza, si può star sicuri che i cattolici nord-irlandesi – gente dura, profondamente anti-inglese – non resterebbero con le mani in mano.

C’è infine un referendum del quale poco si parla, è quello dei curdi iracheni che si sono espressi al 92 per cento in favore dell’indipendenza da Baghdad. A questa richiesta - legittimata dalla storia antica e recentissima – si è opposto con insospettabile rigore il governo centrale, con una serie di rappresaglie che vanno dalla sospensione dei voli internazionali negli aeroporti del Kurdistan (a cominciare da quello di Erbil, molto noto anche al grande pubblico italiano), alla chiusura della pipeline che porta al mare il petrolio prodotto a Kirkuk e in altri centri della regione montuosa, che da sola estrae due terzi di tutto il greggio iracheno. Il tentativo palese è quello di isolare politicamente e di strozzare economicamente 5,5 milioni di cittadini curdi, vale a dire il 17,5 per cento della popolazione. I peshmerga sono stati decisivi nella guerra contro l’Is, non ci fossero stati loro il premier di Baghdad al-Abadi controllerebbe a stento il perimetro della capitale.

Questo è un fatto universalmente riconosciuto che non basta però alle tante potenze beneficiate per schierarsi a difesa di un’etnia come quella curda, che è la quarta del Medio-Oriente, dispersa però in quattro Paesi: oltre all’Iraq, c’è la comunità curda in Iran, in Siria e in Turchia, dove è particolarmente perseguitata da Erdogan. Nessuno più dei curdi avrebbe diritto a un proprio foyer nazionale e questo è il momento giusto perché sta per disegnarsi una nuova geografia del Vicino Oriente. Dove tutti gli attori arrotano i denti per guadagnare terreno, e non per cederlo a nuovi

inquilini. E la Comunità Internazionale li appoggia, senza alcun senso di colpa, nel segno della “stabilità”, come se finora non fosse stato proprio l’Occidente a minarla, sempre nel segno di interessi inconfessabili.

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