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La politica del predellino non passa mai di moda

La settimana

Alla fine, com’era prevedibile, il governatore Zaia ha fatto marcia indietro e ritirato il decreto con il quale il Veneto prorogava l’obbligo di vaccinazione. In questo caso, mettersi contro lo Stato centrale in nome di un autonomismo fondamentalista rischiava di essere perfino controproducente, soprattutto per l’immagine moderata e ragionevole che il presidente della Regione si è andato costruendo in questi anni. Il tema, poi, al netto del caos provocato dalle nuove norme varate dal Parlamento, ambigue e confuse quanto basta per provocare strappi e fughe in avanti, è assai delicato e scivoloso e l’autorevolezza degli interventi a favore dei vaccini sta finalmente aprendo una breccia nel composito fronte no vax.

Ma nel fondo la questione politica resta. Sì, perché come accade troppo spesso nel paese dei mille partiti, il caso vaccini ha fatto irruzione nella contesa del momento, in particolare nei complessi rapporti tra il Cavaliere, con Forza Italia da una parte, e Matteo Salvini dall’altra (con annessa Giorgia Meloni). Appena la Regione Veneto ha approvato il decreto con il quale spostava di due anni l’obbligo delle vaccinazioni, Salvini si è affrettato a dare piena solidarietà a Zaia; e allora con insolita prontezza tutto lo stato maggiore di Forza Italia si è schierato come un sol uomo a favore dell’obbligo e contro il governatore.

La scena si è ripetuta pari pari quando il governo ha annunciato ricorso contro il decreto veneto: i berlusconiani di qua, i leghisti di là (ma con la promessa di Zaia di nuovi “approfondimenti” che preannunciavano il ripensamento). Insomma, le truppe di Salvini, in nome di un loro sacro comandamento, rivendicano la piena sovranità regionale, Berlusconi & C. si ergono per una volta a difensori delle istituzioni e pure di un governo che non è il loro.

Ma in realtà ognuno parla a nuora perché suocera intenda: Salvini rivendica in realtà l’indipendenza della Lega da Arcore; Berlusconi ricorda a tutti che a dare le carte a destra (e anche altrove...) è ancora e solo lui. E lo sta facendo, bisogna riconoscerlo, con abilità.

La chiave di volta della sua strategia gli è stata offerta su un piatto d’argento dal referendum del 4 dicembre, bocciato il quale ha ricominciato a soffiare impetuoso un vento proporzionalista. B. ha capito che era arrivato il momento di gettare alle ortiche il maggioritario predicato per anni e che presentarsi in ordine sparso sarebbe stato per lui addirittura più conveniente: correndo da solo, potrà misurare al centimetro il peso di Forza Italia e Lega, che naturalmente spera di ridimensionare; con i voti conquistati solo per sé, B. potrà inoltre ribadire il suo ruolo di dominus a destra, sia essere determinante per la nascita di un’eventuale maggioranza di larghe intese. Naturalmente il piano è legato anche alla sentenza della Corte di Strasburgo che a novembre potrebbe liberarlo dai vincoli della legge Severino e consentirgli di ricandidarsi. Anche se il condizionale è d’obbligo, Berlusconi ragiona come se già avesse il via libera in tasca.

Ma ciò non impedisce a Berlusconi di giocare, quando serve, anche su un altro tavolo. Lo fa con la solita spregiudicatezza e perfino convincendo i suoi interlocutori a fare altrettanto: in Sicilia, per esempio, dove si vota il 5 novembre, è riuscito a rimettere insieme i cocci di una destra sparsa e frantumata, Salvini e Meloni compresi. Alla faccia della sinistra che si sta perdendo come al solito in un masochista balletto di veti reciproci. Pur di arrivarci, Berlusconi ha accettato che la formula non si intendesse automaticamente valida per le politiche 2018. Così ha convinto Salvini. E ora, dicono i sondaggi, il centrodestra potrebbe perfino
conquistare la Sicilia.

A quel punto, però, anche la strategia di Berlusconi potrebbe cambiare, e la coalizione – tutti insieme appassionatamente – risorgere dalle ceneri. Berlusconi ci ha insegnato che ogni stagione ha il suo predellino...

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