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I conti del governo: questione di decimali ma anche di qualità

Ultima venne Moody’s. Ieri anche l’agenzia di rating internazionale ha corretto al rialzo le sue previsioni sul tasso di crescita del 2017, sia per l’Italia che per i principali Paesi dell’Eurozona. Un bastian contrario – o un gufo, per usare il linguaggio della politica – potrebbe mettere in guardia contro le previsioni degli strateghi di Moody’s, che insieme a Standard & Poors e a Fitch brillò per incompetenza alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, dando il massimo dei voti a istituti che di lì a poco sarebbero falliti.

Ma quella crisi finanziaria è lontana, tra poco si “festeggia” il suo decennale, e già siamo entrati in un’altra fase della storia, quella del tentativo di ritorno all’indietro, con lo smantellamento delle regole che allora misero un po’ di briglie alla finanza pazza. E Moody’s stavolta non fa che accodarsi a tutti gli altri: il Fondo monetario, la Banca d’Italia, la Confindustria, l’Ufficio parlamentare di bilancio, tutti concordi, con sfumature di decimali diverse, nel correggere al rialzo le stime. Dunque, più che sulla quantità dei decimali conquistati, sarebbe il caso di ragionare sulla loro qualità.

La discussione sulla paternità dei 5-6 decimali di punto in più è invece sterile e poco utile. Per i tanti che rivendicano la titolarità del successo - in primis Renzi e i renziani, che lo attribuiscono alle riforme fatte tra il 2015 e il 2016, dagli 80 euro al jobs act – ce ne sono altrettanti che ricordano le previsioni catastrofiche fatte alla vigilia del referendum costituzionale: se vince il No, si disse, sarà il blocco dell’economia. Gira molto un incauto cartello di Confindustria che profetizzava, in caso di stop elettorale alle riforme, una riduzione del Pil dello 0,7%.

I fatti hanno smentito ogni ardita ipotesi sulla correlazione tra l’abolizione del Senato e le decisioni di investimento e consumo di imprese e famiglie; ma per dire se e quanto hanno confermato l’effetto della politica moderatamente espansiva del governo precedente e di quello attuale, bisognerebbe riuscire a isolare dal contesto internazionale la crescita indotta dalle politiche nazionali.

E il contesto esterno, come si vede dagli stessi numeri di Moody’s e da quelli usciti dal vertice dei banchieri centrali di Jackson Hole la scorsa settimana, è di una ripresa mondiale, moderata, e a rischio di interruzioni politiche, ovunque maggiore che in Italia. Essendo trascinata dalla locomotiva estera, la ripresa italiana è poi molto legata ai settori che esportano, mentre stenta a trasmettersi agli altri comparti. Ovunque questo vento di ripresa stenta a tradursi in posti di lavoro; e a maggior ragione in Italia, dove l’aumento del Pil è più lento che altrove.

Ma il problema è più generale, e ha a che fare con il mutamento strutturale delle nostre economie, dovuto alla tecnologia, e con le condizioni di incertezza politica, con la superpotenza americana in preda al delirio da nazionalismo economico (tra gli altri) e quella tedesca bloccata dalla lunghissima pausa pre-elettorale.

Nel già citato vertice di Jackson Hole, si è assistito a una paradossale inversione delle parti: con Janet Yellen e Mario Draghi, due supertecnici alla guida di due banche centrali, a fare i paladini neokeynesiani del controllo sulla finanza e del rafforzamento politico dell’Europa. Adesso la parola starà ai governi. A quello italiano toccherà decidere se sperperare il piccolo vantaggio dell’aumento del Pil con una manovra di mance pre-elettorali, o fare scelte di investimento per il futuro.

Ma la vera partita si giocherà
a Berlino, dopo il 24 settembre: in molti sperano in un nuovo corso tedesco, che faccia salire i salari e i consumi in Germania per trainare tutta l’Europa, e in una svolta politica dell’eurozona. Ma forse è solo il sogno di una notte di fine estate.

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