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EUROBASKET 2017: L’INTERVISTA

La regola di Pozzecco: «Da sfavoriti diamo il meglio»

L’ex azzurro assolve Gallinari e pensa positivo: «In passato avere quattro giocatori Nba ci ha illuso»

«Il mio pronostico? Arriviamo a questo Europeo da veri sfigati, quindi non ho dubbi: faremo un grande torneo». Lo stile del più irriverente clown della storia del basket italiano non cambia. Le esternazioni sul filo del paradosso sono sempre state di casa, racchiudendo puntualmente un indiscutibile fondo di verità. Alle soglie dei 45 anni la contrometamorfosi da ribelle “Mosca atomica” a diligente coach sembra ormai compiuta, ma le parole del Poz sanno ancora divertire e sorprendere come nessun altro, mettendo a nudo le magagne del mondo dei canestri. Con la solita avvertenza: mai prendersi troppo sul serio.

Davvero dobbiamo trovarci con le spalle al muro per dare il meglio?

«Beh, tradizionalmente, non solo nel basket, è sempre stato così. Quando arriviamo a un torneo da sfavoriti poi sappiamo sorprendere. Penso agli Europei 2003 in Svezia, alle mie Olimpiadi 2004. Oltre ai Mondiali di calcio vinti in Spagna dopo un avvio disastroso e a quelli del 2006, preceduti da Calciopoli».

Insomma, è stato meglio perdere nei test amichevoli?

Pozzecco con la maglia azzurra
Pozzecco con la maglia azzurra


«Non esageriamo. A Messina certo non ha fatto piacere. Però mettiamola così: se ci vedono come degli sfigati poi, di solito, riusciamo a fregare gli avversari. Magari andrà così anche questa volta. Il problema è che in passato è successo anche il contrario: quando eravamo convinti di essere forti abbiamo deluso».

A proposito di delusioni, per questa generazione si sono sprecate etichette come “nazionale più forte di sempre”, con i risultati che sappiamo.

«Appunto. Preciso che non sono mai stato di quell’opinione. Ci siamo lasciati accecare dal fatto di avere quattro giocatori Nba, tutti fortissimi, sia chiaro. Ma non è il basket di 15-20 anni fa quando c’erano meno squadre e se giocavi nella Nba eri un fenomeno. Adesso ogni nazione ne ha tantissimi».

Quanto sono cambiati i tempi rispetto alla vostra generazione?

«Penso a Fucka, Myers, Meneghin e mi ci metto anch’io. Fossimo nati una quindicina d’anni più tardi non avremmo avuto problemi a trovare posto nella Nba. Ma scusate, avete visto chi ci gioca oggi? I non americani trovano spazio anche se sono poco più che dei gregari».

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Il Pozzecco all’apice della carriera quanto avrebbe preteso come contratto?

«Sia chiaro: non meno di nove milioni di dollari a stagione. Il mio punto di riferimento è Dellavedova (quadriennale da 38,4 milioni per l’ex gregario di Lebron ndr). E io ero decisamente più bravo. L’altro giorno, qui a Formentera, era mio ospite Djordjevic. Uno come lui quanto avrebbe potuto chiedere nella Nba contemporanea considerando che era dieci volte più forte di Dellavedova? 90 milioni? Poi ci sono anche quelli che i soldi se li meritano come Gallinari che prenderà 65 milioni nei prossimi tre anni ai Clippers. Ammetto che lo invidio un po’».

Tornando alla generazione attuale, negli scorsi anni c’è stata troppa pressione?

«Condivido una recente riflessione di Datome: Gigi ha osservato che quando una squadra favorita perde si dice sempre che non ha saputo sopportare il peso delle aspettative. Insomma, è un po’ uno stereotipo. In realtà ci sono troppe variabili, è tutto molto più complesso».

Nel gesto che ha portato al forfait di Gallinari, però, la componente psicologica sembra aver pesato. O no?

«Nel caso del Gallo c’è stata anche tantissima sfortuna. Se non si fosse rotto la mano nel tirare quel pugno la cosa sarebbe finita lì. Però, in effetti, non era il solito Danilo, tranquillo e consapevole. Sembrava più nervoso. Probabilmente sentiva la necessità di dover vincere a tutti i costi, aveva una voglia matta di trascinare questa nazionale. Voleva dare tutto anche perché fisicamente, nei prossimi anni, non potrà garantire lo stesso apporto alla Nazionale considerato il logorio fisico della stagione Nba. Non mi sento di colpevolizzarlo. Ha sempre dimostrato attaccamento alla maglia».

Non resta che aggrapparsi a Belinelli, allora?

«Lui è una garanzia, anche come leadership. In questi anni ha saputo crescere sempre. Lo ricordo da ragazzino quando giocavamo insieme alla Fortitudo. Mostrava già un talento pazzesco, ma era umile, aveva l’atteggiamento giusto. Nella Nba ha scelto di andare a giocare in squadre vincenti, anche rinunziando ai soldi, accettando sfide come quella degli Spurs. E si è portato a casa l’anello. Ecco perché il Beli merita un rispetto enorme, soprattutto se vediamo che nell’Nba in tanti preferiscono andare a giocare in squadre scarse dove si può guadagnare di più senza la pressione dei risultati. Tornando al Gallo, spero che una volta guadagnati i 65 milioni possa trovare una squadra con cui provare finalmente a vincere».

Quanto può incidere un allenatore “top” come Messina?

«Adoro Ettore, lo considero uno dei tre migliori allenatori europei degli ultimi trent’anni, ma un allenatore può incidere al massimo al 30%. Sarei stupito, comunque, se non raggiungesse un risultato positivo anche perché è un torneo livellatissimo come valori, in considerazione delle tante assenze un po’ in tutte le squadre».

Assenze dettate da quella che ormai appare una chiara subalternità del basket Fiba rispetto alla Nba.

«Già, ma del resto non è difficile da comprendere. Se una franchigia ti dà 20 milioni di dollari all’anno finisci per fare delle scelte che privilegiano l’interesse di chi ti paga quello stipendio. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Piuttosto, se vogliamo parlare delle dinamiche del basket globale, credo sia assurdo continuare con regole diverse. In pratica oggi ci sono due sport differenti.

Quali sono le favorite di questo Europeo?

«Dico Spagna, la più forte ed equilibrata, e Serbia. Ma occhio anche alla Francia. Quanto ai singoli mi aspetto un Porzingis dominante nella Lettonia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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