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La diplomazia parallela del ministro dell'Interno

L'opinione

Sull’immigrazione il governo rischia di andare in pezzi. Il ministro dell’Interno Minniti fa rientrare le sue possibili dimissioni solo dopo aver ottenuto la copertura politica del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica. Un chiarimento che assomiglia a una tregua, dopo che il sottosegretario Giro, viceministro degli Esteri storicamente legato alla Comunità di Sant’Egidio, e il ministro Delrio, hanno fatto trapelare il malcontento dell’ala cattolica del Pd più sensibile alle posizioni di papa Bergoglio. Per quest’anima della variegata ala cattolica del Pd contano, più che mai i valori solidaristici. Minniti, invece, si muove convinto che sulla questione immigrazione si giocano non solo le prossime elezioni politiche, ma anche la possibilità di fermare un’onda lunga xenofoba che potrebbe travolgere gli equilibri democratici nella società italiana.

Codice Ong, Minniti: "Chi non lo firma non fa parte del nostro sistema di salvataggio" "Il Codice crea un rapporto di fiducia tra le Ong e la democrazia italiana. Il dovere che ho io è di avere un rapporto più forte con chi lo ha firmato". Intervenuto alla festa de l'Unità di Certaldo (Firenze), il ministro degli Interni Marco Minniti spiega così che le Ong che hanno firmato il codice di autoregolamentazione "fanno parte del sistema di salvataggio nazionale nel rispetto dei trattati internazionali", mentre le altre no. Riguardo al trasbordo di sabato notte da una nave di Medici Senza Frontiere - che non ha firmato il protocollo - e due unità della Guardia Costiera, Minniti ha detto che "è la dimostrazione che la Guardia costiera e il Viminale lavorano insieme. Non c''è conflitto se c'è da salvare una vita umana" video di Andrea Lattanzi


Al titolare del Viminale viene rimproverato di agire in solitaria, invadendo sfere di competenza di altri dicasteri. In politica, però, i vuoti si riempiono. Oltretutto Minniti, prima come sottosegretario con delega ai servizi d’informazione, poi come primo inquilino del Viminale, ha dato forma a una politica italiana sulla Libia. Gli accordi con le tribù del Fezzan, quelli con i sindaci delle città costiere, il rapporto con il governo Sarraj, la penetrazione in un’area, tradizionalmente francofona e francofila, come quella subsahariana dalla quale proviene e passa la maggioranza dei migranti. Tutto si tiene.

Una “diplomazia parallela” , quella del ministro dell’Interno, apprezzata da buona parte dell’opinione pubblica, anche quella non di centrosinistra, che ha finalmente la percezione che a Roma si tenti di governare il fenomeno aggredendolo tutto campo. Certo, in quel campo vi sono altri attori le cui mosse sono variabili non sempre controllabili: basti pensare al ritrovato attivismo libico della Francia di Macron o, tra le rissose fazioni libiche, il crescente peso del generale Haftar e dei suoi sponsor regionali; a alla funzione redistributiva assunta dalle organizzazioni criminali che arricchiscono anche i territori nelle quali operano. Ma non vi è dubbio che molti guardino a Minniti come a un autorevole interlocutore. Condizione che ha consentito al ministro di andare a una prova di forza, ottenendo un’irrituale, ma non meno rilevante, legittimazione dal Quirinale. Segno della rilevanza della posta in gioco.

Delrio e Giro, anche se il malcontento coinvolge pure ministri del Pd che imputano a Minniti di avocare a sé ogni questione che attenga a Libia e migranti, non condividono la linea dura sulle ong che ha come fine quello di limitare gli sbarchi. Ma il ministro dell’Interno teme che le riduttive rappresentazioni del trasbordo come prodotto del “taxismo marittimo” operato dal volontariato, possa travolgere tutto. Rendendo impossibile, in futuro, qualsiasi politica che coniughi insieme rigore e tutela dei diritti umani. Insomma, emerge qui il conflitto tra una classica visione realista, frutto della cultura politica di un esponente che viene dalla tradizione del Pci e dei Ds e quella del cattolicesimo che mette le persone, tanto più quando è in gioco la loro vita, prima dello Stato.

Anche se la blindatura di Mattarella, anch’egli di area cattolica, fornisce a Minniti una duplice copertura, istituzionale e culturale. Di fronte a scelte tragiche come quelle tra soccorso in mare, ritorno dei migranti ai lager libici o, peggio, il naufragio, l’etica della convinzione dei cattolici deve, dunque, misurarsi con l’etica della responsabilità che obbliga l’uomo di governo a guardare alla società e ai suoi timori, fondati o meno. Ma è probabile che il conflitto ora formalmente ricomposto riemerga presto, magari di fronte a un malaugurato incidente, amplificando la cacofonia governativa.

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