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Quelo di Paolo il freddo non è un governicchio

L'opinione

Così come era nato, sembrava uno di quei governi destinati a vita breve. Giusto il tempo di sbrigare gli affari correnti, magari aggiornare con qualche rapido ritocco la legge elettorale consegnata al Paese da due sentenze della Corte costituzionale e quindi andare alle elezioni anticipate con l’intento di consentire a Matteo Renzi una bella rivincita dopo la batosta referendaria. Un governicchio, l’avremmo chiamato una volta.

Allora si disse anche, e sono passati giusto tre mesi, che della missione era stato incaricato Paolo Gentiloni proprio perché ministro di Renzi, suo fedele compagno di viaggio e garante di continuità come più non si poteva. Lo stesso premier, del resto, cultore di un understatement perfezionato in tre anni di Farnesina, nulla fece per alzare i toni, pretendere, sgomitare. Passerà presto, azzardò qualcuno. E invece... E invece, con il trascorrere del tempo, e per uno di quei mirabili paradossi di cui si nutre la politica, Paolo il freddo e il suo governo sono diventati l’ultima trincea contro la filosofia della rottamazione, il più prezioso punto di riferimento di tutti coloro che ce l’hanno con Matteo il caldo: cioè chi lo vorrebbe eliminare dalla scena politica, chi si accontenterebbe di indebolirlo ancora di più, e chi cerca solo di guadagnare tempo per organizzare le truppe in vista dello scontro finale.

Per tutti loro Gentiloni è l’esempio vivente di come debba essere il premier di oggi e di domani: l’opposto di Renzi. Insomma, da capo di un governicchio a termine a elemento di stabilità, sicurezza di un voto alla scadenza naturale della legislatura. Per di più sotto la rassicurante ala protettrice di Mattarella.

Significa allora che il governo c’è, ci sarà e potrà pure produrre incisive misure economiche? Magari, ma non sarà facile, perché la politica sta per imboccare un tunnel zeppo di insidie e turbolenze: le primarie e poi il congresso del Pd; il problema voucher; le elezioni in comuni importanti (come Genova, Padova, Palermo, Parma, Verona); le politiche di febbraio (già c’è chi vorrebbe spostarle a maggio). E in mezzo l’appuntamento delicatissimo della legge di bilancio.

Percorso accidentato. Tutta la discussione intorno a tagli e tasse, già condizionata dall’impossibilità di ottenere ancora flessibilità da Bruxelles, cadrà nel pieno di una lunga campagna elettorale cominciata di fatto un anno fa. Non sarà il momento ideale per ragionare su una manovra che non potrà che essere pesante (20 miliardi): c’è chi se la darà a gambe per non condividere responsabilità impopolari; chi tenterà il rituale assalto alla diligenza; e chi, come i transfughi del Pd, una cinquantina tra deputati e senatori, dovranno barcamenarsi tra la promessa di sostenere lealmente il governo e la necessità di dimostrare che la scissione è stata cosa buona e giusta, utile per esempio a cambiare la finanziaria rinvigorendola con più massicce iniezioni di sinistra.

Non sarà agevole per Gentiloni trovare via via il sostegno necessario. Lo stato delle cose s’è visto con la sfiducia al ministro Luca Lotti proposta dai 5Stelle con l’intento di far cadere con il luogotenente di Renzi anche il governo. Si è ovviato con il no di Forza Italia e il soccorso delle truppe di Verdini e di disinvolti senatori centristi; ma il prezzo pagato è stato il successivo scambio di cortesie sul caso dell’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini, condannato per peculato, decaduto da senatore ai sensi della legge Severino e salvato dal Parlamento, cioè dallo stesso consesso dove la legge era stata approvata. Intanto Berlusconi, incandidabile proprio in virtù di quelle norme, gongola pensando al provvidenziale precedente che potrebbe riportarlo in pista.

Corto circuito istituzionale. Che si aggiunge a quello politico dei bersaniani che non hanno votato la sfiducia, ma hanno chiesto che venga messa presto ai voti una mozione che vincoli il presidente del Consiglio

a ritirare le deleghe a Lotti. Si ricomincia. Ancora una volta dal groviglio politica-giustizia che umilia il Parlamento, sfibra il Pd, indebolisce il governo che ne è espressione e gonfia le vele del grillismo. Auguri, presidente Gentiloni.

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