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Bini Smaghi: «La crisi delle banche? Colpa anche dei soci, non cacciarono i cda»

Bini Smaghi: «La crisi delle banche? Colpa anche dei soci, non cacciarono i cda»

Vigilanza, l'economista chiede l'adeguamento alle norme Ue. «Il sistema va ristrutturato e gli istituti andranno aggregati»

PADOVA. L'economista Lorenzo Bini Smaghi siede oggi ai vertici di uno dei principali gruppi finanziari europei, Société Générale, ma ha lavorato per il Fmi, in Bankitalia e alla Banca Centrale Europea.

Oggi sarà a Padova per presentare il suo ultimo libro: «La tentazione di andarsene». Domanda: «C'è un futuro per l'Italia fuori dall'Europa»? Risposta: «La Brexit ci dimostra ogni giorno che da sola l'Italia non andrebbe molto lontano».

Eppure gli euroscettici avanzano...

«La ripresa economica e i problemi sperimentati dagli inglesi hanno fatto capire agli euroscettici che lasciare il certo per l'incerto comporta problemi in larga parte imprevisti e difficili. Far parte dell'Europa presenta molti vantaggi, anche se l'Ue è incompleta e va rafforzata».

A iniziare dall'Unione bancaria. In qualità di presidente di Société Générale come vede il futuro delle banche?

«Il sistema bancario francese è tra quelli usciti più solidi dalla crisi. Ma le sfide sono numerose, non solo le fintech ma anche i tassi d'interesse bassi, la regolamentazione stringente, gli investimenti in tecnologia. Tutto ciò richiede dimensione, integrazione e meno frammentazione».

Cosa succederà quando finirà il quantitative easing?

«L'esperienza Usa indica che se la fine del QE coincide con una fase di crescita, l'impatto non è rilevante. Ma in Ue rimangono importanti squilibri. Bisogna usare questo periodo residuo di QE per completare il risanamento delle finanze pubbliche e pulire i bilanci bancari».

Crisi bancarie, Italia e Bce. Il ministro Padoan ha dichiarato «un successo italiano» l'aver trovato soluzioni flessibili all'interno della rigidità delle norme, lei cosa pensa?

«Le norme sono state applicate in modo intelligente, anche se questo ha richiesto più tempo. Il peggio ora sarebbe pensare che tutto va bene: la ristrutturazione del sistema bancario italiano è all'inizio. Per essere redditizie le banche devono avere potere di mercato, che poche hanno in Italia. Le aggregazioni avverranno prima o poi. Il rischio è di aspettare una crisi per favorirle, perché in quel caso diventano particolarmente dolorose, non solo per le banche coinvolte, ma anche per il territorio».

Nelle crisi bancarie c'è stato un problema di vigilanza?

«Uno dei problemi è stato di non dare sufficienti poteri alla vigilanza, specie nel rimuovere individualmente gli amministratori incompetenti e responsabili di mala gestio. I decreti attuativi delle direttive Ue non son stati ancora adottati dal Tesoro».

La Commissione d'inchiesta banche, ha fatto emergere anche altri problemi.

«Si è un po' persa la gerarchia. Le maggiori responsabilità vanno attribuite agli amministratori, ai dirigenti, e a chi li ha nominati. Le altre responsabilità sono di secondo livello e se lo scambio di informazioni tra le Authority fu imperfetto deriva dalla normativa, che probabilmente va adeguata».

Il crac delle Popolari poteva essere evitato?

«Poteva essere evitato se i soci avessero deciso per tempo di cambiare gli amministratori. C'è da chiedersi perché non l'han fatto: non avevano tutte le informazioni sul vero stato di salute della banca, o quel sistema faceva comodo a molti?»

Cosa ne pensa del fondo per i risarcimenti dai crac bancari?

«Bisogna

appurare che le vittime lo siano veramente, altrimenti i contribuenti pagheranno gli errori dei singoli».

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