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Banche: il Nordest rimasto orfano di un mito

Banche: il Nordest rimasto orfano di un mito

Eppur si muove: lo dice, riguardo al credito, Bankitalia (Bollettino Economico n. 4, 2017); infatti, l’analisi rileva che aumentano i finanziamenti sia a famiglie che a imprese. La notizia, certamente positiva, è confermata dalle stesse banche italiane: lo si evince dai risultati (interviste) di una vasta indagine, condotta per l’Italia dall’Istituto di statistica (Istat) e da Bankitalia, sullo stato del credito bancario nell’Euroarea.
La positiva dinamica dei finanziamenti riguarda tutte le quattro macro-aree (Nordovest, Nordest, Centro, Sud e Isole) del Paese; ma con un costo del credito più favorevole a Nordest e a Nordovest, a premio per la minor rischiosità dei finanziamenti concessi. Quel che conta, però, è che il credito abbia segno positivo. Tuttavia, nazionalmente come localmente, restano delle criticità. Infatti, se è vero, come dice Via Nazionale, che le «condizioni di offerta del credito restano accomodanti», viceversa hanno segno negativo i finanziamenti al settore delle costruzioni, tradizionalmente un motore importante della domanda interna (anche per l’indotto che genera). Inoltre, le concessioni di finanziamento privilegiano le aziende di media/grande dimensione e più internazionalizzate; meno, invece, quelle di minor dimensione ed in difficoltà perché più legate al mercato interno.
Guardando da Nordest, si tratta di una “asimmetria creditizia” – che i bilanci delle banche ben “fotografano” essendo l’attivo di esse l’immagine speculare del passivo (i crediti ottenuti) delle imprese non-bancarie – che evidenzia un dualismo industriale che, come rileva il Rapporto 2017 di Fondazione Nord Est, tocca da vicino quest’area portandovi una problematicità, oltreché economica, pure di coesione socio-politica. Ciononostante, resta che finalmente il credit crunch degli anni bui della crisi iniziata nel 2007 pare finito; o, perlomeno, avere ora un profilo limitato e settoriale. L’altra buona notizia è che la qualità del credito mostra di migliorare: vale per il 2016 come pure per le prime rilevazioni del 2017. Questo trend, naturalmente, trova ulteriore conferma nel Nordest (fonte Bankitalia): infatti, il flusso dei nuovi prestiti deteriorati sul totale dei finanziamenti (tasso di deterioramento dei prestiti) mostra di ridursi costantemente. Purtroppo, però, il dato positivo inevitabilmente richiama il ricordo del “macigno” dei crediti deteriorati di Veneto Banca e Popolare di Vicenza; difatti, la riduzione in questione dipende molto, liquidate le due banche, dall’attribuzione degli attivi deteriorati a una società specializzata controllata dal ministero dell’Economia. Ad ogni modo, perfino guardando al “lato oscuro” del credito, a Nordest (come nel Belpaese) va meglio di quanto talvolta percepito.
Quest’impressione neppure è contraddetta dal fatto che a Nordest (e Italia del Nord in generale) il tasso di copertura dei crediti deteriorati – è il rapporto tra le doverose rettifiche del valore di essi rispetto all’esposizione lorda di una banca – è minore che nel resto del Paese.
Certo, in apparenza potrebbe apparire come un’eccessiva propensione al rischio delle aziende di credito del Nord; invece, come sottolinea Via Nazionale (Economie regionali, 2017) ciò indica la minor rischiosità dei prestiti deteriorati – data dal rapporto più favorevole tra sofferenze (crediti a soggetti insolventi o in situazioni analoghe) e altri crediti deteriorati – e la maggior presenza di garanzie reali.
Molti, dunque, gli aspetti positivi; ciononostante, di questioni aperte ne restano comunque ancora parecchie. Ma tutte vanno riportate ad una precisa domanda: qual è il futuro del credito? Qualche risposta può venire proprio riflettendo sulla crisi bancaria che il Nordest, il Veneto in particolare, ha vissuto con la débâcle di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza. Il motivo è che qui si è infranto, si spera per sempre (ma le resistenze sono tante), il mito, ormai divenuto patologia, delle cosiddette “banche del territorio”; e, con esso, uno stile di vigilanza dell’Autorità monetaria teso a preservare quel “piccolo mondo antico del credito” che criteri contabili internazionali e normative europee tendono a relegare in soffitta.
Pertanto la crisi, al di là dello choc sul risparmio – ma gli stessi principi della Brrd (la direttiva del bail in) avrebbero dovuto bloccare le cosiddette “operazioni baciate” verso la clientela retail – è l’occasione di voltare pagina abbandonando quella “filosofia creditizia” che portava le “banche del territorio” a «fornire indiscriminato sostegno finanziario alle imprese del territorio di riferimento» (Carmelo Barbagallo, Capo Vigilanza Bankitalia in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario) a prescindere dal merito di credito. Difatti, la difesa del risparmio è la tutela del patrimonio della banca: perché, se cede, i guai ricadono sugli investitori, gli obbligazionisti, lambisce i correntisti ed, infine, i contribuenti chiamati a ripianare. Il post crisi è in un credito più di mercato che relazionale: cioè più funzionale ad un capitalismo nordestino sempre più capitalizzato (meno società individuali e più di capitali). Qui l’ottica localistica serve zero; infatti, i problemi del credito sono nazionali.
L’Associazione bancaria italiana (Abi) li individua nei suggerimenti della Bce in materia di copertura dei crediti deteriorati e dalla Direttiva europea sui mercati degli strumenti finanziari (Mifid2). Ad esempio, pur quest’ultima, se vantaggiosa per il risparmiatore, nel breve implica per le banche minor fatturato per commissioni e maggiori oneri: un problema per un’industria del credito già alle prese con bassi margini d’intermediazione (effetto dei bassi tassi d’interesse della “moneta facile” di Francoforte). L’altro nodo è l’addendum della Bce che prevede un «livello minimo degli accantonamenti prudenziali previsto per le esposizioni non-performanti»; il timore, qui, è di sottrazione di risorse al credito e la necessità di difficili ricapitalizzazioni (anche incidenti sugli assetti proprietari del settore). Qui c’è un conflitto d’interessi tra debitori morosi e banche (ovvero il credito futuro a famiglie e imprese) risolvibile dalla politica (con qualche rischio elettorale) accelerando la via giudiziaria al recupero di questi debiti morosi. La posta in gioco è il futuro del credito. Quanto al

Nordest, dopo Veneto Banca e Popolare di Vicenza, il futuro sarà, rifuggendo le “banche del territorio”, di essere territorio attraente per il business del credito: insomma, meno “economia di relazione” e più capitalismo di mercato.
Francesco Morosini
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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